Preparativi voce Cufra

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Cufra [Kufrah] è un'oasi della Libia, a 600 km dal confine con il Sudan

Cufra sulla rotta dei migranti

Cufra è un luogo di passaggio e di sosta obbligato per i migranti provenienti dalla costa orientale dell’Africa e del Vicino Oriente. Piccolo villaggio di transito lungo la rotta tradizionale tra Karthoum e le città libiche della costa, è diventata negli ultimi anni il punto principale di raccordo tra le organizzazioni criminose libico-sudanesi dedite al trasporto illegale di migranti, le autorità di polizia di frontiera, e il bisogno di braccia per le attività produttive locali. Già oggetto di numerose denunce e ispezioni di delegazioni parlamentari europee, il villaggio libico di Cufra è stao definito recentemente[1] “una zona franca, una sorta di Cpt di partenza, fuori dalla sovranità della legge… E’ in questi centri di raccolta che avvengono i primi contatti tra le organizzazioni criminali che promuovono il viaggio della speranza, con una gestione flessibile delle rotte in rapporto agli indirizzi di contrasto dei diversi governi. I cervelli delle organizzazioni criminali analizzano quanto accade nei singoli paesi e agiscono di conseguenza: se si accentua la repressione in Marocco, le rotte si spostano sulle Canarie, se si intensificano i controlli sulla Libia, si dirottano i flussi su Malta; passata l’ondata, si ritorna in Libia o in Tunisia."

Il tragitto di 1500 km verso le città libiche della costa viene svolto di notte su camion coperti in condizioni di viaggio che sono descritte come ‘infernali’. Spesso intercettati dalla polizia, il tragitto viene ripercorso più volte nelle due direzioni. Una volta arrivati, o riportati, a Cufra, l’unica strada per uscirne è pagare i mercanti di uomini spesso collusi con le locali forze di polizia. Ricondotti verso il confine con il Sudan, solo il possesso di contanti può far invertire la marcia: di qui i continui soprusi, l’arruolamento nel mercato irregolare del lavoro o della prostituzione, l’angosciosa aspettativa di un vaglia sollecitato da parenti o amici via comunicazioni cellulari che vengono permesse solo a questo scopo.

La prigione di Cufra è definita da migranti etiopi ed eritrei che vi hanno soggiornato come “un luogo di morte. Quando senti il rumore delle chiavi nella serratura della cella ti si gela il sangue. Devi voltarti verso il muro. Se li guardi negli occhi ti riempiono di botte (Daniel, 22 anni, eritreo)… Eravamo almeno 700 – racconta un ex-colonnello dell’esercito eritreo rifugiato politico in Italia – circa 100 etiopi, 200 eritrei e 400 da Chad e Sudan. Dormivamo per terra, uno sull’altro, non c’era nemmeno il posto per sdraiarsi. Pranzo unico: un pugno di riso bianco per tutta la giornata, 20 grammi a testa. C’erano anche delle baguette, ma per quelle bisognava pagare… Io – dice Yakob, un altro ragazzo eritreo - quando ho visto Cufra volevo impiccarmi. Mi avevano portato via il cellulare e tutti i soldi che avevo in tasca e mi avevano sbattuto in cella con altre 20 persone. Non ti dico lo sporco, la fame, le umiliazioni continue. C’erano anche delle celle per le donne e bambini. Le tenevano a parte. Le donne non te lo diranno mai per vergogna, ma è bene che si sappia quello che fanno alle donne a Cufra. Le stupravano davanti ai mariti, ai fratelli. Usavano ferri, bastoni… E’ vergognoso. Ci trattavano come bestie.”[2]

Così Cufra (come Dirkou in Niger, Oujda in Marocco, Nouadhibou in Mauritania, Tinzouatine in Algeria, ecc.) sono i nuovi luoghi della tratta umana e dello sfruttamento della condizione di migranti clandestini lungo le rotte del Sahara. Secondo Gabriele Del Grande, “il giro d’affari dell’emigrazione clandestina nel Sahara, tra estorsioni e razzie vale fino a 20 milioni di euro l’anno. Soldi che vanno in tasca a passeurs e militari. I clandestini sono spremuti fino all’ultimo centesimo. E chi rimane al verde è un uomo morto. In centinaia, se non addirittura in migliaia, vivono bloccati da anni nelle oasi di Dirkou e Madama. Sono i nuovi schiavi dei tuareg. Ragazzi e ragazze, lavorano giorno e notte per un pugno di riso e pochi centesimi. La vita nel deserto è appesa a un filo. Se il motore va in panne, l’auto si insabbia o l’autista decide di abbandonare i passeggeri e tornarsene indietro da solo, è finita. Nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia.”[3]

Note

  1. Limes 4, 2007: 158
  2. testimonianze registrate da Gabriele Del Grande, 2007, pp. 126-127
  3. Del Grande 2007: 128

Bibliografia

  • Il mondo in casa, "Limes", n. 4, 2007.
  • Gabriele Del Grande, Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo, Roma, Infinito Edizioni, 2007.
  • A. Triulzi e M. Carsetti, Ascoltare voci migranti: riflessioni intorno alle memorie di rifugiati dal Corno d’Africa in "Afriche e Orienti", n. 1, 2007, 96-115.

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