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Versione del 18 mag 2007 alle 22:58 di Gianfranco (Discussione | contributi)

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W: Della Società Geografica Italiana non è molto noto come sia organizzata, come sia distribuita soprattutto, per esempio, in ambito locale. E' radicata nel territorio? Organizza delle attività a livello locale? O il suo è un ruolo di coordinamento?

S: In realtà la Società Geografica è un'istituzione che nasce nazionale e ha conservato fino ad oggi quasi integra la prospettiva nazionale, anzi... nel senso che ha una sede a Roma e tutta la sua attività, per la gran parte, la svolge a Roma. Anche se i soci, cioè l'anima, il corpo della Società Geografica è diffuso in tutt'Italia, dove più, dove meno... A Roma, nel Lazio di più; nel resto d'Italia, assai di più nel Settentrione. Un po' di meno nel Mezzogiorno. Questo è un problema di tutta l'attività culturale in Italia.

W: Quanti sono i soci attivi, al momento?

S: I soci attivi sono circa mille e cinquecento. I soci vengono raggiunti dalle nostre pubblicazioni, vengono raggiunti dai nostri inviti... Certo, qui funziona proprio una regola geografica: la partecipazione all'attività della Società è inversamente proporzionale alla distanza. Quindi, come dire, c'è questo problema che abbiamo tentato di superare in parte attraverso le tecnologie della telematica, e in parte attraverso una qualche forma di decentramento.
Abbiamo una figura a Statuto che si chiama Fiduciario Regionale, cioè una persona che è il riferimento - anche sub-regionale, per un numero di province - che è una figura che tiene i collegamenti con i soci locali, che in qualche caso promuove attività (dipende molto dalla persona). Attività che può essere o autonoma, nel senso che è pensata, concepita e realizzata localmente, sia decentrata, nel senso che sono attività a nos, tipo mostre, che poi vengono portate localmente. Però è un punto debole nel senso che, effettivamente, c'è una gran voglia da parte dei nostri soci non romani e non immediatamente coinvolgibili ad essere maggiormente coinvolti.

W: La storia di centoquarant'anni vi fa registrare delle difficoltà, periodi di crisi nei momenti di cambiamento, per esempio, delle tecnologie?

S: No, la crisi - le crisi della Società geografica sono tutte crisi "politiche", non legate alle tecnologie. Nel senso che la Società è nata con una sua mission che ha rivisto strada facendo e ogni qualvolta c'è stato un venir meno della missione iniziale c'è stato un momento di crisi.
Fondamentalmente, la decolonizzazione, il venir meno del rapporto europeistico-eurocentrico rispetto al resto del mondo, ha creato situazioni di venir meno degli obiettivi della Geografica - ma non soltanto italiana, di tutte le Società geografiche. Alcune, come dire, hanno trovato una nuova modalità d'essere facendo molta divulgazione attraverso la documentaristica - il National Geographic per esempio principale. Altre si sono trincerate in una sorta di circolo molto elitario - posso anche esemplificare con la Società Geografica Portoghese. Altre hanno tenuto alta la bandiera delle glorie nazionali, tipo la Royal Geographical Society londinese. E così via, le soluzioni sono state molto diverse. In alcuni casi, per esempio in Olanda, la Royal Geographical Society - o meglio, non so come si dica in olandese, è una società di professionisti: i geografi olandesi fanno i pianificatori del territorio e quindi è un'associazione che assomiglia molto a quella che in Italia è l'INU, cioè l'Istituto Nazionale di Urbanistica. Ci sono situazioni molto diverse da Paese a Paese.
L'Italia - la Società Geografica Italiana - ha vissuto il suo momento di massimo declino tra gli anni '50 - '60 cioè quando c'è stata la netta decolonizzazione europea e quindi sembrava che non avessimo altro da fare. E invece la geografia è stata riscoperta: il mondo cambia, bisogna comprenderlo, poi abbiamo un patrimonio straordinario da valorizzare e soprattutto bisogna conoscere l'Italia, il nostro territorio...
Ci siamo trasformati, abbiamo riscoperto una nostra anima ambientalista: in fondo siamo stati gli inventori del rapporto uomo-ambiente - noi geografi - e quindi di un rapporto di tipo consapevole, senza troppi "ismi". Nel senso che

- legittime le letture di tipo ambientalista però anche legittimo lo sviluppo

umano - allora bisogna trovare delle compenetrazioni che per esempio noi

riconosciamo nel concetto di sviluppo sostenibile. Che abbiamo fatto nostro e

che si fonda su alcuni concetti che sono propri della geografia.

W: Lei ha affrontato una domanda che le avrei fatto dopo: con attenzione ad

esempio ai grandi cambiamenti climatici, in che modo lo studio della

geografia può aiutare nella gestione del territorio?

S: Aiuta nella misura in cui la geografia riesce intanto ad avere

dimestichezza con i problemi di scala. L'uomo si trova ad affrontare ed

essere attore a diversi livelli di scala: dalla locale, cioè quella dove

sviluppa la propria esistenza, fino alla globale. Fino a una, due generazioni

fa, queste scale parevano non incrociarsi. In realtà si incrociavano anche

allora, ma pareva che non s'incrociassero, pareva che mio padre, che viene

dal mondo contadino, avesse come orizzonte quello della sua contrada e tutta

la sua esistenza e tutto il suo lavorare e tutto il suo produrre, anche

demograficamente, si limitava a quella contrada. In realtà aveva dei riflessi

globali.

Ora, certamente, un nostro contadino, se ancora ne esistono, un nostro

agricoltore, per essere più preciso, un nostro imprenditore agricolo sa che

deve confrontarsi con il mercato globale delle derrate agricole, sa che deve

confrontarsi con i problemi ambientali che sono locali ma sono globali e la

geografia è l'unica - che io sappia - disciplina che ha questa possibilità,

l'unico atteggiamento culturale che ha questa possibilità di muoversi lungo

le scale geografiche, appunto.

L'altro atout della geografia rispetto a queste questioni è che noi siamo

dell'idea che la Terra è mondo. E cioè che la Terra, che il pianeta, ha un

senso in quanto ci siamo noi. Se non ci fossimo noi uomini, non avrebbe alcun

senso, la Terra. Probabilmente lo avrà, certamente lo avrà, ma per noi ha

senso in quanto ci siamo noi, cioè in quanto c'è l'umanizzazione. Allora,

Uomo e Ambiente è il binomio, la diade sulla quale si è costruita la

geografia, che poi ha avuto anche sviluppi diversi, altri, però su questo ci

siamo dati un'identità scientifica.

E allora sappiamo perfettamente che se c'è da avere rispetto per tutte le

altre specie viventi lo sappiamo non per una ragione etica (che ha la sua

cittadinanza), non per altre ragioni, ma per la nostra stessa sopravvivenza.

Cioè, noi dobbiamo aver rispetto per l'ambiente se vogliamo svilupparci

umanamente; lo sviluppo umano senza il rispetto dell'ambiente non può essere.

Questo è stato sempre, solo che adesso è addirittura vitale perché abbiamo

raggiunto le dimensioni del mondo - l'azione umana non lascia sgombro nessun

angoletto del mondo - e quindi ogni volta che sgarriamo, come dire, abbiamo

dei riflessi così immediati su noi stessi, e quindi dobbiamo saperci

regolare.

Il clima... Noi sappiamo che il mondo ha sempre vissuto oscillazioni

climatiche anche consistenti, le ultime datano solo cento anni fa, noi siamo

usciti cento anni fa dalla Piccola era glaciale e siamo andati a un

riscaldamento complessivo del mondo. Solo che adesso, ormai ne siamo quasi

certi, siamo in grado di dare un nostro contributo di non poco peso a questo

riscaldamento.

E siccome le cose nel clima in genere, ma soprattutto in quello che ha a che

vedere con la natura, con la vita, non procedono gradualmente, cioè a ogni

centesimo di grado di aumento di temperatura non corrisponde linearmente una

qualche cosa, perché se fosse così noi saremmo in grado di controllarlo, di

dire "va bene, un po' più di riscaldamento, un po' più di qualche altra

cosa". In realtà c'è uno scatto di cui non sappiamo l'esito - a un grado in

più di temperatura che cosa corrisponde? Non lo sappiamo. E prudenza vuole

che siccome non lo sappiamo, probabilmente non vale la pena di imbarcarsi, o

perlomeno non vale la pena di determinare questo grado in più. Magari da

questo grado in più esce fuori il Paradiso (però "magari...") o magari

l'Inferno, quindi il principio di precauzione ci deve far dire: "stiamo

attenti, perché se stiamo dando un contributo nostro..."

E poi, voglio dire, finché eravamo qualche centinaia di migliaia di individui

sulla superficie terrestre, o qualche milione, o qualche decina di milioni,

alle oscillazioni climatiche sapevamo rispondere: salivamo un po' più di

quota, scendevamo un po' po' di quota negli insediamenti, andavamo un po' più

a latitudine Nord, un po' più a latitudine Sud, emigravamo, ... Adesso siamo

talmente tanti che un'oscillazione climatica provoca un rimbalzo sugli uomini

così imponente che c'è da immaginare la catastrofe.

Se si muovevano alcune migliaia di Scandinavi, che abbiamo chiamato i

Normanni, che sono arrivati nel nostro Sud e che hanno cambiato il nostro Sud

nell'epoca storica, in conseguenza - anche in conseguenza di variazioni

climatiche, va bene, lo abbiamo registrato, è stato anche utile, abbiamo

conosciuto Federico II, l'età Federiciana, positive, è una conseguenza

climatica positiva...

W: Cioè, lo spazio era libero e utilizzabile...

S: Sì, era libero e utilizzabile. Adesso lo spazio non è così utilizzabile.

Adesso se si muovono, si muovono milioni, decine, centinaia di milioni di

individui e che cosa succede? Oltretutto abbiamo ancora delle deterrenze che

stanno ancora lì, non è che le abbiamo completamente smantellate - parlo

delle deterrenze belliche. Di fronte al panico, nessuno sa come si reagisce.

E avendo a disposizione dei mezzi li si può anche utilizzare, quindi ci sono

veramente prospettive catastrofiche innanzi.

W: Ci siamo avvicinati alla storia. In una intervista che abbiamo letto di

recente, lei ha sottolineato la necessità di un riavvicinamento tra la figura

del geografo e quella dello storico, facendo anche dei riferimenti ad altre

realtà. In cosa in concreto un approccio di questo tipo può giovare, sia alle

singole discipline che comunque alla conoscenza?

S: Io qui esprimo un'opinione del tutto personale, nel senso che la

disciplina geografica che s'è sempre un po' posta in una zona grigia, in una

sorta di terra di nessuno tra le scienze dell'uomo e le scienze della natura,

poi però ha dovuto con questa posizione che ha dato esiti anche importanti di

tipo positivo, ha dovuto far le spese di una mancata riconoscibilità dall'una

parte e dall'altra.

Io direi che andrebbe decisamente sposata la parte storica, cioè la parte

scienze dell'uomo, e il metodo utilizzato essere essenzialmente quello

storico, perché dall'altra parte la specializzazione è andata così avanti

(parlo della geografia fisica, parlo della geomorfologia) che non utilizzare

le metodologie che gli sono proprie finisce per rendere improbabile ulteriori

avanzamenti.

Di fatto la geografia che ora si insegna è la geografia umana. Non

utilizziamo l'aggettivo, ma insomma l'aggettivo c'è di fatto. Nelle sue

specificazioni: politica, economica, sociale, culturale... ma il cappello è

"geografia umana". La storia è la naturale interlocutrice, il metodo storico

e la storia fatta col metodo storico è il naturale interlocutore di una

geografia umana - piuttosto che altre discipline che ne danno sostanza:

l'economia, la geografia economica, la politologia, la geografia, ecco ma il

pendant della geografia umana è la storia. Che è un pendant anche abbastanza

scontato: la storia studia il tempo, noi studiamo lo spazio.

E qualcuno ci ha insegnato che tempo e spazio poi sono la stessa cosa (questo

qualcuno è Einstein). E quindi alla fine siamo due facce di uno stesso

sapere, quindi per questo ritengo alla fine che insomma, essendo un'unica

moneta, l'abbraccio debba essere con gli storici.

W: E subito dopo ci sono altre discipline di simile vicinanza, o comunque di

contiguità?

S: Sì, tutte le scienze dell'uomo e tutte le scienze sociali. Un geografo ha

la benedizione di doversi saper muovere - e si sa muovere, quando è capace -

un po' a ventaglio, a 360°. Che è poi anche la maledizione perché poi dicono

che siamo degli enciclopedisti, che vogliamo saper tutto, che chi sa tutto

poi non sa niente, no? Però il mondo attuale vive anche di grosse

preoccupazioni per le specializzazioni spinte.

Settori che non dialogano tra di loro, che hanno persco completamente di

vista la possibilità di un termine - [il prof. Tabusi] stamattina usava il

termine "olistico" - di un sapere complessivo, integrato che in qualche

maniera lo storico e il geografo ancora conservano. Dopo di che, la

statistica per il geografo è importante, ma l'economia è importante, ma la

politologia è importante, ma la sociologia è importante.

Poi dipende anche dalla sensibilità dei singoli. Io guardo a Braudel come un

geografo, Braudel guardava ai geografi come a degli storici. Ecco, la figura

di riferimento è questa.

W: Lei ha parlato di enciclopedismo. Noi siamo un'associazione che si occupa

anche, incidentalmente, di questo. Cosa si attende la geografia dalle

enciclopedie? E come le enciclopedie trattano i dati che vengono da questa

disciplina?

S: Potrei rispondere con una battuta, nel senso che la geografia si attende

dalle enciclopedie la professione, perché fino adesso la professione di

geografo, almeno in Italia, era solo quella di lavorare all'Istituto della

Enciclopedia Italiana dove sapevamo compilare le varie voci geografiche, i

toponimi, e quant'altro. No, non è esattamente questo...

Direi che quando io ho usato il termine "enciclopedismo" l'ho detto

nell'accezione negativa di questo termine, ma c'è anche una dimensione

positiva: l'enciclopedismo coincide con l'Illuminismo; il grande progresso

scientifico razionalista ha coinciso con quella grossa immagine che era la

costruzione dell'Enciclopedia, cioè di un sapere universale fondato sul lume,

cioè sulla razionalità, sull'intelligenza.

Le enciclopedie adesso subiscono l'obsolescenza del passaggio da un'editoria

tradizionale a una forma nuova - che non so quale sia perché in questo

settore sono poco attrezzato, ho poco riflettuto, ma certo c'è un orizzonte

molto nuovo di fronte a noi, e guarda caso ha riguardato proprio il

fondamento dell'enciclopedia, e voi siete la realtà importante di oggi da

questo punto di vista. Quindi è una dimensione che non si perde, è una

dimensione che si recupere. Ovvero l'Enciclopedia non è morta: non è morto lo

spirito dell'Enciclopedia, non è morto lo spirito dell'Illuminismo, anche se

l'Illuminismo ha fatto qualche danno, non è che è tutto positivo.

[Molti problemi del "secolo corto", come è stato chiamato, secondo me sono da

far risalire anche a quella fase storica, ma insomma questi sono fatti molto

personali che hanno poco a che vedere con la geografia.]

W: Nel passaggio delle epoche, allora, intando volevo chiedere se i principi

delle geografia sono sempre gli stessi o hanno risentito di un XX secolo

abbastanza innovativo. In secondo punto, oggi che abbiamo una tecnica che ci

consente da satellite, di sapere tutto, di avere pochissimo di non conosciuto

senza andare sul posto, qual è la ragione delle missioni sul campo?

S: Dunque, io contesto l'affermazione "sapere tutto"; noi non sappiamo

niente. Sapere che lei è seduto lì, è sicuramente un'informazione di tipo

geografico.

W: Vediamo ma non necessariamente sappiamo?

S: Certo, la formula forse è più efficace di quello che stavo dicendo io,

cioé noi adesso, attraverso la strumentazione sappiamo esattamente che lei

occupa quel punto dello spazio così come qualunque altro oggetto sappiamo

dove sta. Ce lo dicono i satelliti, ce lo dice la tecnologia (anche se

qualche volta mi chiedo se è vero che sappiamo tutto... sappiamo davvero

tutto dove sta? Non sappiamo dove sta Bin Laden, perché? Lo dovremmo sapere,

no? Se sappiamo qualunque oggetto, qualunque cosa...)

Non sappiamo dove stanno le idee, intanto. C'è una dimensione immateriale che

sfugge alle tecnologie attuali, ma soprattutto non sappiamo *perché* lei sta

lì. Cioè, la geografia ha un ruolo che non è più soltanto di sapere ((molti

di noi usano queste formule) il *dove*, che pure è importante - sapere dove

lei è in questo momento è importante per la nostra conoscenza, perché io

guardo verso di lei e non guardo verso un'altra parte. Sapere che il

microfono è qui, che lui è lì, ecc.

Ma sapere *perché* lei si è seduto lì... e qui c'è di tutto: perché è un

ospite, perché magari lì sta più comodo o semplicemente perché è un

prepotente, e quindi: le relazioni tra i popoli, le relazioni internazionali,

i conflitti, la geopolitica, la geostrategia, i rapporti economici e quindi

la geoeconomia, ecc. ecc. Allora, su questi perché io credo che avremo da

lavorare per tanti secoli, e da aggiornarci di volta in volta in base alle

teorie, in base al progresso delle conoscenze, e così via.

E la Società geografica, per tornare un po' al punto, ha ancora questo

compito. Lo può declinare in tente maniere, lo può declinare soltanto in

chiave culturale, in chiave mediatica (e sono dimensioni che io non vorrei

trascurare, anzi che stiamo accentuando), ma c'è una chiave scientifica

propria che in qualche maniera va tenuta ben salda, così come c'è anche una

chiave ideale.

Nel senso che se quattro, cinque generazioni fa chi ha fondato la Società

Geografica, in tutta coscienza, in assoluta buona fede, immaginava che la

missione fosse quella di portare la civiltà europea in Africa, in America

Latina, ecc. ecc. adesso la tensione ideale che credo ci animi - io sono

convinto che c'è un comune sentire in questa direzione - è quello di dare un

contributo in termini di salvaguardia della diversità.

Il mondo, io dico sempre, è bello perché è vario - uso un'espressione che si

usa in ogni casa. E se lo conserviamo vario, lo conserveremo bello.

Conservarlo vario significa conservarlo vario sotto il profilo della

biodiversità, sotto il profilo delle diversità culturali, sotto il profilo

della coesistenza dei diversi, in qualsiasi modo: di colore di pelle, di modo

di pensare, di riflettere. Il mondo è tale se è un mosaico, come ce lo siamo

sempre raffigurato cartograficamente. Adesso stiamo vivendo una fase in cui

tutto sembrerebbe volersi appiattire, rendersi incolore, grigio.

W: Geografia e giovani, e Società Geografica e giovani: quali sono le

prospettive di utilizzo e di servizio ai giovani, nel senso di trasmissione

di quell'informazione e di comunicazione ai giovani e comunque di utilizzo

dei giovani per lo sviluppo della geografia.

S: Io credo che la geografia non faccia differenza con nessun'altra

prospettiva culturale o prospettiva scientifica o prospettiva di pensiero. I

giovani sono indispensabili, senza i giovani non c'è futuro. Non è una forma

retorica, è così. Che cosa possa fare la geografia per i giovani? Credo

quello che ho detto poc'anzi.

Tra le varie tensioni culturali, morali, ideali, veicolare quella di avere a

disposizione un mondo che non sia un mondo che va verso l'entropia, cioè

l'appiattimento "tutto uguale", l'uniformità generale ma che invece, così

come del resto è la vita, cioè il contrario dell'entropia - credo che

tecnicamente si dica la neg-entropia - che ci sia vitalità, che ci sia

vitalismo, che ci sia voglia di costruire.

Conoscere il mondo per costruirlo secondo i propri ideali, secondo i propri

desideri, secondo le proprie aspettative, secondo le proprie speranze. Che

poi è quello di sempre: in fondo, ogni generazione ha avuto voglia di farsi

un mondo diverso da quello che ha trovato; ma per farlo diverso bisogna pure

conoscerlo, bisogna comprenderlo.

W: Sul campo state andando a Lét Marefià. Una cosa su Lét Marefià, giusto per

chiudere [...] se mi vuol dire [...] la Società, che cosa si attende da Lét

Marefià?

S: Si attende un riscatto pieno e totale di un'immagine che era stata un po'

appannata da un impegno che era scientifico, che era culturale, ma che era

stato anche piegato agli interessi diciamo imperialisti, politici. Riandare a

Lét Marefià è il segno che si è chiusa una fase storica e se ne apre una

nuova che è quella della cooperazione piena con quei Paesi.

Abbiamo sempre detto che andremo a fare quello che vogliamo fare, e cioè

ristrutturare una scuola, creare un centro per lo studio della biodiversità,

in piena assonanza non solo con le autorità locali, le autorità etiopiche, ma

anche con le comunità locali, perché questo non sia vissuto come un neo-neo-

colonialismo, una neo-neo-forma di assistenza paternalistica, di concessione.

Questo vogliamo andare a fare; se ci riusciamo, credo che sarà un bel

risultato.