Bisogni

Da wikiafrica.

Ivan Illich, nel suo saggio “Bisogni”, pubblicato in “Dizionario dello sviluppo” a cura di Wolfgang Sachs, edizioni Gruppo Abele, Torino 1998, scrive: “quella dei bisogni di base può essere considerata l’eredità più insidiosa lasciataci dallo sviluppo.” Secondo Ivan Illich la creazione dei “bisogni di base” ha trasfigurato la natura umana. La trasformazione è avvenuta in un paio di secoli. Certamente in questo periodo la radice è stata quella del mutamento che si chiamasse alle volte progresso, alle volte sviluppo, alle volte crescita. In questo processo secolare la generazione del secondo dopo guerra è stata testimone del passaggio dall’uomo comune all’uomo bisognoso. Oggi, la stragrande maggioranza dei miliardi di persone viventi sul pianeta accetta incondizionatamente la propria condizione umana di dipendenza dai beni e dai servizi, una dipendenza chiamata bisogno. Il movimento storico occidentale, sotto il vessillo dell’evoluzione-progresso-crescita-sviluppo, ha fissato poi quali dovessero essere i bisogni e gli standard di vita dell’umanità. Con la creazione delle soglie di povertà e degli standard minimimi accettabili entro cui le persone dovrebbero vivere, l’umanità poteva ora venire divisa tra chi sta sopra e chi sta sotto uno standard misurabile e in secondo luogo, un nuovo genere di burocrazia veniva insediato per stabilire i criteri di ciò che era accettabile e ciò che non lo era. Il primo degli strumenti che vennero creati per stabilire questo standard fu chiamato Prodotto Interno Lordo. A partire dal 1970, nel linguaggio pubblico, la povertà comincia ad assumere una nuova connotazione, vale a dire quella di soglia economica. Questo fatto ha mutato la natura stessa della povertà agli occhi dell’umanità. La povertà è diventata una misura di ciò che manca a una persona in termini di beni “di cui si ha bisogno” e ancora più “di servizi di cui si ha bisogno.” Attraverso la definizione del povero come di colui al quale manca ciò che il denaro potrebbe assicurargli per renderlo “completamente umano”, la povertà a New York come in Etiopia, è diventata una misura universale astratta del sottoconsumo. Allora, il fenomeno umano non viene più definito attraverso ciò che noi siamo, affrontiamo, possiamo prendere, sogniamo e nemmeno più attraverso il mito moderno per il quale possiamo lasciarci alle spalle il regno della scarsità, ma attraverso la misura di ciò che ci manca e quindi, di ciò di cui abbiamo bisogno. Le decadi dello sviluppo possono essere intese come l’era durante la quale, a costi immensi, è stata officiata una cerimonia planetaria per ritualizzare la fine della necessità. Scuole, Ospedali, aeroporti, Istituzioni mentali o Correzionali, i media: tutto ciò può essere inteso come reticoli di templi eretti per santificare lo smantellamento delle necessità e la ricostruzione dei desideri sotto forma di bisogni. Ancora dopo l’inizio dell’era industriale, per la maggior parte di coloro che vivevano in una cultura della sussistenza, la vita si basava ancora sul riconoscimento di limiti che non potessero essere trasgrediti. Cosicché per bisogni si intendeva “necessità”. Questi bisogni nel senso di necessità dovevano essere sopportati. Ciascuna culturale era la gestalt sociale assunta attraverso l’accettazione dei bisogni in un luogo e in una particolare generazione. Ciascuna rappresentava l’espressione storica di una celebrazione unica della vita entro un’arte della sofferenza che rendeva possibile esaltare le necessità. Ciò che mediava tra desiderio e sofferenza differiva da cultura a cultura. In una economia morale di sussistenza, l’esistenza dei desideri era data per scontata tanto quanto la certezza che non potessero essere placati. Quando i bisogni compaiono nel moderno dibattito sullo sviluppo, tuttavia, non compaiono né come necessità né come desideri. “Sviluppo” è una parola che vale una promessa, una garanzia offerta per spezzare la legge della necessità usando i nuovi poteri della scienza, della tecnologia e della politica. Sotto l’influsso di questa promessa anche i desideri hanno mutato il proprio status. La speranza di compiere il bene è stata rimpiazzata dall’aspettativa della definizione e soddisfazione dei bisogni. Le aspettativa fanno riferimento a un “non ancora” diverso da quello delle speranze. C’è differenza, ci dice Illich, tra aspettativa e speranza. La speranza indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre l’aspettativa, nel senso in cui Illich utilizza questo termine, è contare sui risultati programmati e controllati dall’uomo. La speranza concentra il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono. L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile. Il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. “La speranza nasce dalla necessità che nutre il desiderio. La speranza si orienta verso l’imprevedibile, l’inaspettato, il sorprendente. Le aspettative nascono dai bisogni nutriti dalla promessa di sviluppo e si orientano verso le rivendicazioni e i diritti d’accesso, le richieste. La speranza si appella alla discrezionalità di un altro da sé personale, sia esso umano o divino. Le aspettative si fondano sul funzionamento di sistemi impersonali che distribuiscono da mangiare, cure sanitarie, istruzione, sicurezza e altro.” In Descolarizzare la società, (Mondadori 1972) Ivan Illich riprende il mito di Pandora per spiegarci l’affievolirsi della speranza e il sorgere delle aspettative nell’orizzonte umano. “La Pandora originaria, ‘colei che dona tutto’, era una dea della terra nella Grecia patriarcale della preistoria. Essa fece scappare tutti i mali dal suo vaso, ma chiuse il coperchio prima che potesse fuggirne anche la speranza. La storia dell’uomo moderno comincia con la degradazione del mito di Pandora e termina con lo scrigno che si chiude da solo. È la storia dello sforzo prometeico per creare istituzioni che blocchino l’azione dei mali scatenati. È la storia dell’affievolirsi della speranza e del sorgere delle aspettative.” “La sopravvivenza della specie umana – conclude Illich – dipende dalla riscoperta della speranza come forza sociale.”