Centri di accoglienza ed esperienza educativa

Da wikiafrica.

L’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI


ACCOGLIENZA E ESPERIENZA EDUCATIVA

L’accoglienza deve essere esperienza educativa. L’educazione è intimamente legata all’esperienza diretta ed effettiva della persona. Si considera quindi l’educazione come esperienza di vita. Ma non tutte le esperienze possono considerarsi educative. All’arrivo in Italia un rifugiato si confronta prima di tutto con l’accoglienza che riceve. L’accoglienza abitativa di chi è appena arrivato in Italia dovrebbe essere considerata come un’ esperienza primaria tra le più significative nella costruzione di un rapporto con il paese di arrivo e punto di partenza nella ricostruzione della propria vita in esilio. Ma non è affatto detto che questa esperienza abbia un valore educativo. “Tutto dipende dalla qualità dell’esperienza. La qualità dell’esperienza ha due aspetti: da un lato può essere immediatamente gradevole o sgradevole, dall’altro lato essa esercita la sua influenza sulle esperienze ulteriori. Ogni esperienza continua a vivere nelle esperienze future.” L’altro principio dell’esperienza è quello dell’interazione tra individuo e materia/ambiente, cioè tra interno e ambiente, tra interno e esterno oggettivo qualunque esso sia. “Questa interazione crea la situazione. La qualità di un’esperienza dipende da quanta importanza noi diamo a questa interazione tra l’interno (attitudini, bisogni, desideri) di un individuo e l’ambiente materiale. Dire che gli uomini vivono in un mondo significa in concreto che essi vivono in una serie di situazioni generate dalle interazioni interno/esterno. Il principio dell’interazione ci fa intendere che il mancato adattamento del materiale ai bisogni e alle attitudini degli individui può provocare un’esperienza non educativa.” Se la caratteristica principale dei centri di accoglienza per rifugiati è la transitorietà delle persone si deve quindi immaginare che questo passaggio lasci delle tracce significative nella persona stessa, nel centro come memoria, nella città come presenza di nuovi cittadini. Questi centri dovrebbero essere immaginati in un rapporto educativo e creativo tra l’uomo e il suo ambiente. “L’educazione è il risultato di una libera partecipazione a un ambiente significante e ricco dove lasciare una propria traccia. L’obiettivo è quello di creare significanti trame, tessuti esperienziali perché ogni momento della propria vita diventi un momento di apprendimento, di partecipazione, di interessamento.”


Allora l’accoglienza potrà diventare un atto originario positivo di incontro tra noi e loro, tra loro e la città. Uscire dal centro avendo lasciato di sé un ricordo positivo e portando con sé un bel ricordo, un’esperienza significativa, può essere un inizio che apre molte strade per il futuro. In questo l’accoglienza ha molte responsabilità rispetto alla futura convivenza nelle nostre città. Quando si domanda a un rifugiato dove abita, lui risponde: “dormo a…”. Non risponde abito, ma dormo. Perché i centri di accoglienza non sono percepiti come abitare, ma come estremo riparo. Luoghi di necessità che vengono percepiti dai loro ospiti come luoghi di controllo sociale da parte delle istituzioni più che luoghi di accoglienza e di incontro o che vanno incontro alla “spezzatura di vita” provocata dalla migrazione forzata. Mentre invece come sosteneva John Dewey la fonte principale del controllo sociale è riposta nella natura stessa del lavoro inteso come un’impresa sociale, in cui tutti gli individui hanno modo di prender parte e di cui si sentono responsabili. La maggior parte dei ragazzi è naturalmente “socievole”. Una schietta vita di comunità ha le sue radici in questa socialità naturale. Ma la vita di comunità non si organizza durevolmente in modo meramente spontaneo. Si deve dare forma a un’organizzazione in cui tutti possono portare il proprio contributo e nella quale le attività cui tutti partecipano, sono i mezzi principali del controllo. L’educatore, o l’insegnate o colui che esercita il controllo deve perdere la sua posizione esterna di padrone o di dittatore e assumere quella di regia all’interno di attività associate. Abitare significa vivere e l’accoglienza non dovrebbe essere semplicemente la risposta a dei bisogni primari ma anche un luogo e un tempo dove far vivere il desiderio di cultura, di incontro, di conoscenza, di ricostruzione e trasformazione. “Non si può rispondere al bisogno, alla sofferenza solo fornendo un metodo di sopravvivenza. Tutti abbiamo bisogno di spazi e tempi dove esprimere il proprio desiderio di cultura. In questo senso il desiderio è senza dubbio ciò che pone in relazione con gli altri, in tal senso si accorda con le nozioni di molteplicità e di pluralità. Il desiderio pone in relazione, crea legami, mentre l’educazione finalizzata alla sopravvivenza implica che ‘ci si salva da soli’. Nella sopravvivenza prima o poi si è ‘contro gli altri’”.

LA “STANZA-CASA”, AFFETTIVA E SCINDIBILE DAL RESTO DELLA “CASA-CENTRO”

“Non abbiamo problemi con la parola casa ma abbiamo qualche problema con la parola home. Perché home aggiunge un significato emotivo e affettivo alla parola casa. Abbiamo una casa e la dobbiamo rendere home.” Per molti rifugiati, richiedenti asilo e migranti ospiti nei centri di accoglienza o nelle occupazioni di stabili dimessi nelle grandi città italiane lo spazio abitativo della casa si riduce a quello di una stanza spesso in condivisione con altre persone. La stanza allora, purché questa possa diventare qualcosa di emotivo e di affettivo, purché questa possa essere un ambiente scindibile dal resto della “casa-centro”, come luogo intimo a cui tornare, dove riposare e dove ospitare gli amici. Uno spazio scindibile perché sia rispettata l’esigenza dell’intimità. Tutti abbiamo bisogno di un rifugio dove separare anche per qualche ora al giorno l’interno e l’esterno. Uno spazio scindibile per dar spazio e tempo alla nostra intimità ed anche per dare a questa intimità un qualcosa di proprio, caratterizzante, identitario, e soprattutto affettivo da offrire agli altri. La mancanza di uno spazio dove potersi separare dall’esterno è una mancanza che fa stare profondamente male le persone con se stesse, in mezzo agli altri e nell’ambiente: “solo quelli che si rendono conto dell’incubo dello spazio inscindibile possono riacquistare la certezza della propria intimità, e quindi abitare gli uni in presenza degli altri.”

L’ATTO DI MANGIARE E LA COSTRUZIONE DI UN NOI

La possibilità di mangiare ciò che si cucina, quindi l’uso autonomo e libero delle cucine anche per preparare un tè o un caffè vuol dire offrire alle persone la possibilità di prendersi cura di sé, di volersi bene, di rispettarsi. E soprattutto di creare attraverso l’atto di mangiare quella situazione di “conversazione intorno alla tavola” che crea un noi tra i convitati. Uno dei primi obbiettivi di un centro dovrebbe essere la creazione di questo noi che senza la tavola condivisa, senza l’atto di mangiare insieme, di cucinare insieme, non si potrà mai creare.

CONVIVERE A PARTIRE DALLA GESTIONE DI SE STESSI

Essere responsabile del proprio nutrimento come del proprio ritmo sonno-veglia, essere autonomi rispetto all’entrata e l’uscita dal centro determinano il benessere di una persona e condizionano positivamente la convivenza in un centro. Queste libertà sono indispensabili affinché la persona si percepisca in autonomia, percepisca la propria vita nelle sue mani e non determinata da altri. Sono indispensabili per evitare il sentimento di reclusione. Se non evitiamo questo sentimento non facciamo altro che aggravare una condizione intima e sociale già fortemente in crisi nelle persone rifugiate e migranti.

UNO SPAZIO APERTO IN CONTINUITÀ TRA INTERNO ED ESTERNO DELLA “CASA-CENTRO”

La possibilità di incontrare in un luogo sicuro, nel luogo dove temporaneamente si sta vivendo, i propri amici e parenti. Incontrare gli amici e i parenti avendo la possibilità come abbiamo già detto di offrire loro ospitalità secondo la propria sensibilità, cioè in un luogo intimamente proprio, dove ci si muove liberamente. Questa possibilità è indispensabile perché è ciò che mantiene una continuità tra la vita fuori dal centro, la vita “normale”, e l’essere ospiti. Aiutare questa continuità significa aiutarli a non percepirsi separati dal resto ma in un percorso, in una fase comunque importante, significativa e rispettosa non semplicemente dei diritti primari, ma della piena dignità di persone adulte.

IL CENTRO DI ACCOGLIENZA COME BASE SICURA

La prima accoglienza dovrebbe occuparsi di costruire intorno e con la persona un contesto accogliente, una base relazionale sicura, un’esperienza educativa, dei legami significativi. Ogni persona, di qualsiasi età, può sviluppare percorsi di crescita partendo da una base sicura. La base sicura riguarda l’ambiente dove si vive e riguarda la qualità delle relazioni di aiuto e i legami personali. La costruzione di una “casa”, intesa come ambiente familiare, di una base sicura da cui ripartire, riguarda tanto la presenza di persone capaci di creare legami significativi con gli ospiti del centro quanto la qualità e la ricchezza degli ambienti di vita. “Abbiamo ampie prove – scriveva John Bowlby – del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarne un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno loro in aiuto in caso di difficoltà. (…) Ogni ricerca rivela lo stesso quadro, quello cioè che gli individui che hanno una personalità sana vengono da una solida base familiare da cui il bambino prima, l’adolescente poi e infine il giovane uomo si allontana per una serie di esplorazioni sempre più lunghe. I legami con la famiglia possono attenuarsi ma non vengono mai rotti.” Ripartire da una base sicura significa creare insieme alla persona quella sicurezza interna e quella sicurezza relazionale davanti agli altri (insegnanti, datori di lavoro, formatori, amministratori, padroni di casa, politici ecc. ecc.) che gli permetterà poi di affrontare la vita autonomamente. Senza questa base sicura, senza la costruzione di una propria sicurezza relazionale i processi non saranno mai stabili ma si dovranno continuamente riferire a dei sistemi impersonali di aiuto che distribuiscono da mangiare, cure sanitarie, istruzione, sicurezza, alloggio e lavoro. La produzione ipertrofica di questi servizi, è ampiamente dimostrato, non genera autonomia ma dipendenza e carenza. Le persone non sono più capaci di fare da sé, ma aspettano di essere gestite. Le persone si ritrovano nell’eterno “non ancora” delle aspettative. Un legame di aiuto che genera sicurezza e stimola la persona a far da sé è quello che sa rimanere vicino alla persona mentre questa tentando e sbagliando, va alla ricerca della sua autonomia. È un percorso che si costruisce nel tempo e che piano piano troverà un suo punto di equilibrio più o meno stabile. La persona autonoma non è la persona forte ma una persona che può vantare legami significativi