Centro-periferia

Da wikiafrica.

I due concetti di “centro” e “periferia”, utilizzati principalmente all’interno degli studi della vita economica, furono elaborati nella prima metà degli anni Settanta del Novecento per descrivere gli squilibri fra aree sviluppate e sottosviluppate nel capitalismo contemporaneo. Pertanto il rapporto tra “centro” e “periferia” è sostanzialmente sbilanciato a favore del primo, realtà sociale dominante sia a livello politico che economico, e a sfavore della seconda, soggetta alle decisioni e regolamentata alle esigenze del centro.

La realtà africana

Nel contesto africano l’analisi del rapporto centro/periferia è stato utilizzato per studiare gli squilibri politici, economici e culturali della realtà coloniale e postcoloniale in relazione al sistema mondo, alla globalizzazione, ma anche nelle dinamiche storiche interne degli stati – nazione africani. Tuttavia la specificità delle diverse realtà africane ha definito e posto nell’agenda di ricerca una rilettura di questi concetti e un utilizzo dinamico del modello centro-periferia. Molti studi si sono occupati del modo in cui durante il periodo coloniale la realtà locale si è trasformata in “periferia” attraverso un processo di marginalizzazione che ha diviso il contesto fluido e dinamico precoloniale (vedi frontiera) in “etnie”, “tribù”, “clan” come sistemi sociali, economici, politici, culturali distinti e immobili.
Il processo di trasformazione della realtà locale africana in “periferia” degli imperi coloniali è comprensibile solo prendendo in considerazione diversi aspetti: il primo è l’ideologia della missione di civilizzazione delle società indigene da parte dell’uomo bianco che rappresentava l’apparato retorico e, al tempo stesso, di legittimazione dell’esperienza coloniale; il secondo è il fondamento razzista ed evoluzionista che faceva da sfondo morale e “scientifico” a questa missione; il terzo è il pluralismo politico, sociale e culturale della realtà africana che poneva un problema alle esigenze di regolamentazione e di controllo dell’apparato amministrativo coloniale; il quarto l’esigenza e la volontà dei colonialisti di mantenere una gestione privilegiata ed esclusiva delle risorse economiche.
Sotto questo punto di vista l’irrigidimento delle identità e la strumentalizzazione, se non addirittura la ristrutturazione e invenzione di strutture politiche “africane” aveva l’obiettivo di inserire la realtà africana nel meccanismo delle esigenze del potere coloniale, tra legittimità simboliche e pratiche di dominio. Di qui, molte ricerche hanno evidenziato come il rapporto “centro” – “periferia” non si è realizzato nella sola distinzione tra madrepatria, come centro di potere, e i territori coloniali, come direttamente soggetti alle decisioni prese a Londra o a Parigi, ma in una serie di punti di interfaccia e di contatto negli stessi territori coloniali: negli spazi urbani e nelle colonie di insediamento controllate direttamente dai colonialisti come nelle realtà rurale gestita indirettamente dalla colonia attraverso figure locali.

La realtà degli stati nazionali vede configurarsi, tuttavia, nuove modalità di rapporti di “centro” – “periferia”, sia lungo forme di convivenza e di commistione, ma anche attraverso forme di dominio ribadite attraverso l’uso della forza e della violenza, a cui già le potenze coloniali avevano fatto ampio ricorso.
Le ricerche sullo statuto della “periferia” nella realtà postcoloniale si sono concentrate su diversi aspetti: il primo è il percorso di costruzione degli stati nazionali che fu portato avanti dalle elite africane attraverso un processo di forte centralizzazione delle risorse come possibilità per uno sviluppo economico in una situazione di relazioni internazionali ineguali; il secondo è stato il proliferare di una dinamica politica ed economica “informale” extra-istituzionale, già notata dagli studiosi negli anni Settanta, che ha caratterizzato una distribuzione preferenziale delle risorse politiche, ma anche economica gestite dall’elite governate, su base personalistica e clientelare; il terzo è stato la gestione delle identità culturali, non solo secondo una prospettiva amministrativa come era stato per le potenze coloniale, ma soprattutto come problema politico, perché potenziale forma di opposizione alle elite governanti; il quarto è stato la “periferia” stessa come luogo principale dei conflitti nel quale emergevano spazi politici ed economici alternativi o paralleli a quelli delle elite nazionali; il quinto è stato il gioco delle agenzie internazionali, delle multinazionali e delle potenze occidentali nel configurare nuove opportunità economiche e politiche per le elite e le contro-elite nazionali; il sesto sono gli spazi di sopravvivenza economica, le strategie sociali e le identità e le aspirazioni della popolazione che non solo vive il confronto con i linguaggi e le retoriche dei nazionalismi o dei regionalismi etnici e locali, ma anche quelli di abbondanza e di prosperità globale di cui i paesi occidentali diventano i principali simboli, o di rivendicazione globale e di rinascita individuale dei nuovi linguaggi religiosi, sia dell’Islam che del mondo cristiano.

Di qui, l’Africa e le sue vicende storiche, recenti e meno recenti, spesso in tutta la loro drammaticità hanno suggerito agli studiosi una lettura meno semplicistica del rapporto “centro” – “periferia” che identificava il primo nell’occidente e il secondo, nell’Africa o in più generale nel Terzo Mondo. Dalle nuove impostazioni degli studi, infatti, emerge un quadro più complicato del rapporto centro – periferia in cui oltre alle analisi che si sono occupate del confronto tra le realtà locali, le dinamiche politiche nazionali e le relazioni internazionali si inseriscono nuovi temi in cui il rapporto centro – periferia emerge nelle dinamiche politiche e nelle strategie di singole figure coinvolte all’interno progetti di sviluppo o nelle storie individuali di migrazione e di esilio dall’Africa verso l’occidente.

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