Confine

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Il confine è una linea fisica o immaginaria che distingue due elementi, due gruppi, due entità. Il confine, però, non è qualcosa che esiste in sé, ma qualcosa che appartiene alle strategie e ai processi di distinzione tra due e più unità. Tuttavia, la formazione di un confine non può essere spiegato o immaginato nell’atto di tracciare un solco di separazione, ma presenta delle sfumature che lo fanno assimilare molto spesso ad una frontiera o ad un margine sfocato.

Dalla “frontiera” al confine”: il periodo precoloniale e coloniale

La realtà politica del “confine” in Africa prende piena consistenza con la spartizione coloniale di fine XIX secolo, che, nella definizione di linee, non così arbitrarie come spesso si dice, e territori di sovranità stabilì le aree del controllo coloniale. Come Igor Kopytoff analizza nel suo testo dal titolo The African Frontier, con il sottotitolo The Reproduction of Traditional African Societies [1] , lo spazio precoloniale e indigeno non era connotato territorialmente, ma era più descrivibile come una “frontiera”, inteso come un intreccio di spazi multipli costantemente uniti, disgiunti, e ricombinati attraverso guerre, conquiste e mobilità di beni e persone lungo il quale entità politica e ambiti di interazione prendevano forma.
Lungo questo intreccio, come afferma Kopytoff, si produceva la “continuità storico-culturale” della società tradizionale, ma dove, al tempo stesso, volendo utilizzare la prospettiva teorica del termine di “frontiera” proposta da Frederick J. Turner [2] come linea di espansione, si insinuarono gli stessi poteri coloniali. La penetrazione commerciale europea, infatti, sfruttò gli spazi di questa frontiera, ridefinendo e modificando spazi di interazione, entità politiche, modalità di scambio fino a mutarne sostanzialmente la natura, nel passaggio al “confine”, come frantumazione, disciplinamento e regolamento di una nuova forma di potere su uno spazio territoriale.
Pertanto, come ricorda Mbembe[3] i confini sono lontani da essere semplici prodotti del colonialismo, ma riflettono le realtà commerciali, religiose e militari, le rivalità e le relazioni di potere, e le alleanze che prevalevano tra le potenze europee e tra di loro e gli africani durante i secoli precedenti alla colonizzazione. Prima della conquista, ricorda Mbembe, questi rappresentavano gli spazi di incontro, di negoziazione, di opportunità per gli europei e per gli africani.
Così, è lungo questo intreccio e passaggio dalla “frontiera” al “confine” che si costruisce la struttura politico-ideologica della colonia come controllo e disposizione di risorse, persone e luoghi (vedi “commandment[4]) entro uno spazio definito. La trasformazione coloniale della “frontiera” nella realtà dei confini non si realizzò unicamente nella definizione degli Stati coloniali che furono poi gli Stati africani dell’indipendenza, ma soprattutto nell’irrigidimento di quegli spazi multipli e flessibili del periodo precoloniale in categorie di aggregazione come etnia e tribù che furono il modo in cui la colonia non solo organizzò ma anche “conobbe” la realtà africana. Così, si andarono a configurare due tipi di confini, il primo quello territoriale dello Stato e il secondo quello “etnico” a cui si aggiunsero quello razziale, sociale e urbano-rurale.
La società coloniale e, in misura diversa, quella postcoloniale, si è costituita lungo un solco di distinzione che ha posto da una parte il mondo civilizzato, il colono, il cittadino tutelato da uno stato di diritto e da garanzie, e dall’altra il mondo indigeno dei nativi, soggetti o meglio assoggettati alla legge europea. Mahmood Mamdani nel suo testo Citizen and subject. Contemporary Africa and the legacy of Late Colonialism [5] descrive la realtà del colonialismo inglese attraverso la fortunata immagine di uno stato biforcato che Mbembe [6] recupera, più poeticamente, nell’immagine del vuoto tra dominati e dominanti, tra governati e governanti.
Inoltre, il confine e la sua importanza nel configurare entità politiche non si è concluso con il periodo coloniale tanto che la decolonizzazione e le indipendenze degli Stati in Africa si sono definite all’interno del quadro di integrazione e di costruzione nazionale entro i confini dello Stato coloniale. L’Organizzazione dell’unità africana, fondata nel 1963, con l’obiettivo di contribuire alla liberazione di tutto il continente africano si costituì addirittura come organizzazione di Stati i cui confini in nessuno caso era consentito mettere in discussione.

Il confine e la realtà postcoloniale

Con l’indipendenza degli stati africani, le elite nazionali impostarono un’idea di integrazione e di costruzione dello stato secondo modelli dello stato coloniale e secondo un principio di unità e di centralizzazione che avrebbe garantito un processo di promozione nazionale. Come ricorda Anna Maria Gentili [7], l’impossibilità dei leader e le élite delle prime indipendenze di controllare i centri di potere economico avevano sottolineato il primato della politica come strumento di mobilitazione prima per la lotta per l’indipendenza, poi per la costruzione nazionale e lo sviluppo economico. Ne conseguì che sia nei paesi a vocazione capitalista che in quelli a vocazione socialista il primato della politica diede vita ad struttura di potere caratterizzata da una concentrazione dei potere ad una elite sempre più ristretta.
D’altra parte la proliferazione di una dinamica politica ed economica “informale” extra-istituzionale, già notata dagli studiosi negli anni Settanta, ha caratterizzato una distribuzione delle risorse politiche, ma anche economica gestite dall’elite governate, su base personalistica e clientelare. Così, lo stato si è affermato nella sua centralità come apparato di potere, gestione e controllo delle risorse, spesso nelle forme della cooptazione e della piena libertà di disporre di persone e beni all’interno del territorio nazionale, ma anche come meccanismo di distribuzione preferenziale e privata di privilegi.
Da qui, si è andata configurando un doppio livello della realtà politica degli stati africani: il primo, quello della retorica politica e dell’integrazione nazionale secondo modelli di decentralizzazione o centralizzazione che definivano le modalità di cooptazione del mondo rurale e urbano, spesso senza alcuna reale rappresentanza, all’interno dei confini nazionali; il secondo, quello della riproduzione delle elite secondo sistemi di patronage e di gestione privata delle risorse pubbliche.
In questo contesto la vicenda del confine territoriale e nazionale non ha riguardato il confronto di elite di diverse nazioni, ma soprattutto tra élites di uno stesso paese e tra queste e il resto della popolazione. D’altronde, gran parte delle guerre in Africa, come afferma Mbembe [8], non hanno il loro immediato punto di origine nella disputa di confine risultanti dalle divisioni coloniali, se non nell’eccezionale caso del confine etiopico – eritreo, che presenta delle specificità molto particolari principalmente come divisione coloniale non riconosciuta nel periodo post-coloniale. La conflittualità che ha caratterizzato gli stati postcoloniali, invece, è principalmente ascrivibile al controllo delle risorse e al cambiamento di gruppi di potere che le gestiscono, con diverse forme di legittimazione e di supporto di tipo etnico, militare, politico-ideologico, urbano-rurale.
Pertanto, garantire l’integrità del confine nazionale ha significato e significa negli stati postcoloniali il mantenimento di un territorio di cui particolari elite politiche hanno disposto e dispongono, e che, nonostante tutto, l’instabilità della politica africana e il continuo turn-over dei gruppi di potere non ha complessivamente mutato.

Tra frontiera e confine: nota terminologica

Nella considerazione della realtà africana tra “confine”, come storia delle distinzioni e delle regolamentazioni operate dai poteri coloniali e postcoloniali, e “frontiera”, come storia delle commistioni e dei meticciamenti, la letteratura offre una serie di elementi che permettono di focalizzare meglio questi due termini. Il termine “frontiera” ha uno statuto problematico, tanto che nella letteratura anglofona più recente essa è assimilata al termine border. Sotto questo punto di vista la letteratura anglofona tende a considerare l’accezione più stretta del termine confine, sotto quello di boundary, mentre il termine border tende ad assimilare significati sia di tipo simbolico, sociale, ma al tempo stesso anche politico [9]. Il termine “frontier” è invece utilizzato per indicare la specificità del lavoro di Kopytoff e della considerazione della realtà pre-coloniale.


Note

  1. Kopytoff I. 1987. The African Frontier. The reproduction of Traditional African Societies. Bloomington/Indianapolis: Indiana University Press.
  2. Vedi in rassegna Fabietti U. 1998. L’identità etnica. Roma: Carocci
  3. Mbembe A. 2000. At the edge of the world: Boundaries, Territoriality, and Sovereignty in Africa in Public Culture 12(1): 259-284.
  4. Mbembe A. 2000 [2005]. Postcolonialismo. Roma: Meltemi
  5. Mahmood Mamdani 1996. Citizen and subject. Contemporary Africa and the legacy of Late Colonialism. Princeton, NJ: Princeton University Press.
  6. Mbembe 2000 [2005] op.cit.
  7. Vedi Gentili A.M. 1995. Il leone e il cacciatore. Roma: NIS
  8. Mbembe 2000 op.cit.
  9. Su una rassegna dei termini vedi Viazzo P.P. 2007 Frontiere e “confini”: prospettive antropologiche in Pastore A. (ed.) Confini e frontiere nell’età moderna. Un confronto tra discipline. Milano: Franco Angeli