Frontiera

Da wikiafrica.

Il concetto di “frontiera” in Africa è strettamente connesso con il lavoro di Igor Kopytoff e al suo testo dal titolo “The African Frontier. The reproduction of traditional African societies.[1] . In questo testo l’autore restituisce una visione della realtà precoloniale come fluida, caratterizzata da un crogiuolo di identità lungo il quale corre la stessa continuità delle società africane tradizionali. Ne emerge, così, un quadro della realtà africana che trova la sua continuità nell’ intreccio di identità, relazioni sociali, rapporti rituali, strutture politiche, dinamiche economiche, ma anche guerre e spazi di conflitto.
Quaranta anni prima di Kopytoff, Frederick J. Turner definiva, in riferimento alla storia americana e alla conquista del West, come “il versante esterno dell’onda, il punto di incontro tra barbarie e civiltà”. Turner restituisce la “frontiera” come uno spazio mobile di interazione, come farà Kopytoff, ma lo analizza in un’ottica specificamente stato-centrica, considerandolo come linea di espansione dove si arresta la conquista di un potere centrale. Lungo questa linea di espansione, afferma Turner, si è realizzata la formazione dello stato americano, che proprio nell’incontro/scontro con l’alterità, in questo le comunità indigene dell’America settentrionale, ha forgiato i propri caratteri culturali salienti di pragmatismo e spirito di intraprendenza. [2]

La frontiera in Africa

Negli studi in Africa e non solo, il termine “frontiera” è stato spesso evocato, direttamente e indirettamente, da due tipi di approcci alla realtà culturale: il primo si basa su una concezione del termine “frontiera” come spazio interculturale dell’incontro, dell’interazione, della commistione di identità [3]; il secondo approccio associa il termine “frontiera” a quello di “confine”, recuperando la nozione di Turner di linea di espansione di un potere centrale, ma cercando di porre il punto di vista di chi questa espansione la subiva.
Da qui sono nate ricerche che si sono occupate come la linea di espansione ha creato il “confine” assoggettando popolazioni e creando lo squilibro tra “centro-periferia[4] . In parte assimilabili allo stesso approccio, però con una sfumatura diversa, altri tipi di studi, rielaborando in maniera dinamica la prospettiva di Kopytoff, si occupano di come nelle interazioni al di qua e al di là del confine emergono identità, dette di “frontiera”, che trascendono le distinzioni di stato, se non addirittura i linguaggi e le pratiche dominanti [5].
Tuttavia, la “frontiera” è lungi da essere uno spazio mite e tranquillo. Queste nuove identità spesso sono rinegoziate in uno spazio violento, lungo il quale si muovono, spesso utilizzando le stesse traiettorie, armi, droghe, oggetti di lusso, merci, conflitti e guerriglie e dove si infrangono le esperienze di rifugiati e di migranti [6].

Note

  1. Kopytoff I. 1987. The African Frontier. The reproduction of Traditional African Societies. Bloomington/Indianapolis: Indiana University Press.
  2. Su questi concetti vedi in rassegna Fabietti U. 1998. L’identità etnica. Roma: Carocci.
  3. Come prospettiva teorica vedi Fabietti U. 1999. Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione. Roma-Bari: Laterza. Come approccio allo studio delle identità in Africa vedi Amselle J.L. 1999 [1990]. Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove. Torino: Bollati Boringhieri
  4. Triulzi A. 1987 La frontiera – Note su alcune recenti pubblicazioni di antropologia e storia etiopica in Rassegna di Studi Etiopici 31: 219-236
  5. Vedi Cheater A.P. 1998. Transcending the state? Gender and borderline constructions of citizenship in Zimbabwe in Wilson T.M., Donnan H. (eds.). Border identities. Nation and state at international frontiers. Cambridge University Press: 191-214; Flynn D.K. 1997. "We are the border“: identity, exchange and the State along the Benin-Nigeria border in American Ethnologist 24: 311-314
  6. Per una prospettiva sulla migrazione vedi Triulzi A., M. Carsetti 2007. Ascoltare voci migranti: riflessioni intorno alle memorie di rifugiati dal Corno d’Africa in Afriche e Orienti: 1/2007: 96-115