Il canale di Sicilia sulle rotte dei migranti

Da wikiafrica.

Per la sua posizione geografica, l'Italia rappresenta uno dei punti di ingresso in Europa per la migrazione africana. A partire dagli anni Novanta le coste trapanesi e lampedusane hanno conosciuto gli sbarchi prima di tunisini, e poi di cittadini del Nord Africa e di tutta l'Africa sub-sahariana che raggiungevano la Tunisia per imbarcarsi alla volta di Lampedusa. E anche di cittadini dell'Asia, che facendo scalo, in aereo, a Malta, venivano poi imbarcati clandestinamente su vecchie imbarcazioni che li accompagnavano sulle coste della Sicilia orientale. La situazione cambia a partire dal 1998. Il 6 agosto di quell'anno viene firmato uno Scambio di note tra l'Italia e la Tunisia concernente l'ingresso e la riammissione delle persone in posizione irregolare. Alla Tunisia vengono inviati supporti tecnici ed operativi e un fondo di 15 miliardi di lire per tre anni. 500 milioni di lire sono dedicati alla realizzazione in Tunisia di centri di permanenza[1]. Il giro di vite anti-emigrazione applicato dal governo tunisino non fa che spostare più a sud le partenze. L'emigrazione sub-sahariana scompare dalla Tunisia. L'ultimo paese di transito per arrivare in Italia è la Libia. Le partenze da allora si concentrano lungo le coste tra Zuwarah e Tripoli. Nel frattempo anche la situazione a Malta cambia. Dopo l'ingresso nell'Unione europea nel 2004, l'isola cessa di essere una base logistica per gli organizzatori delle traversate. Al contrario, diventa una meta per i migranti partiti dalla Libia. Gli arrivi aumentano a partire dal 2002. Anche se nella maggior parte dei casi si tratta di naufraghi finiti alla deriva e soccorsi dalla marina maltese. Dalla Libia nessuno vuole andare a Malta. Nell'isola infatti i nuovi sbarcati vanno incontro a una detenzione fino a 18 mesi in condizioni giudicate degradanti dallo stesso Parlamento Europeo[2].

Anno Migranti sbarcati a Malta
2002 1.686
2003 502
2004 1.388
2005 1.822
2006 1.780

In Sicilia, la maggior parte dei migranti arriva a Lampedusa. Ma gli sbarchi sono rari. Il dispositivo di pattugliamento in mare, a cui partecipano Guardia costiera, Guardia di finanza e Marina Militare, fa sì che quasi tutti i natanti siano intercettati in alto mare e quindi scortati a Lampedusa, dove i migranti sono trattenuti per un periodo che può andare dai 2 ai 15 giorni nel centro di prima accoglienza, da dove saranno poi inviati nei centri di prima accoglienza sparsi sul territorio italiano. L'utilizzo di Lampedusa come punto di smistamento è dovuto al fatto che l'isola è il punto ed il centro abitato più meridionale dello Stato italiano. Situata alla latitudine di 35°30' N, l'isola si trova più a sud di Tunisi e Algeri e dista solo 113 km dalla Tunisia. Il dispositivo di pattugliamento è rafforzato durante l'estate dalla missione Nautilus coordinata dall'agenzia europea Frontex.

Dopo una diminuzione per due anni consecutivi del numero degli arrivi, il dato è in forte aumento nel 2008. Nel primo semestre il numero degli arrivi è addirittura triplicato, con 11.949 persone arrivate in Sicilia contro i 3.158 dello stesso periodo nel 2007[3]. Cambia anche la tipologia dei passeggeri. Più donne e richiedenti asilo. Sempre meno marocchini e egiziani. All’aumento degli arrivi corrisponde, inevitabilmente, un aumento delle vittime: 387 quelle documentate dalla stampa nel primo semestre 2008, contro le 556 di tutto il 2007. Dal 1988 le vittime del Canale di Sicilia sarebbero almeno 2.962[4]. Il più grave naufragio fu il naufragio della F174, la notte di Natale del 1996, quando 14 miglia al largo di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, persero la vita 289 migranti chiusi nella stiva di una nave affondata durante una notte in tempesta dopo essere stata speronata dalla nave madre dalla quale erano stati trasbordati i passeggeri.

Nei primi sei mesi del 2008, secondo dati del Ministero dell'Interno, le prime dieci nazionalità dei migranti sbarcati in Sicilia erano: Somalia (2.556 persone), Nigeria (1.859), Tunisia (1.287), Ghana (853), Marocco (849), Egitto (557), Burkina Faso (290), Costa d’Avorio (277), Eritrea (240) e Togo (202). Secondo l'Acnur, il 60% delle 14.053 richieste d'asilo politico presentate in Italia nel 2007 provengono da migranti sbarcati sulle coste italiane. Il 10% delle domande viene accolto e il 47% riceve una protezione umanitaria. Il che significa che dei 20.455 migranti sbarcati in Italia nell'intero 2007, uno su quattro era un titolare di protezione internazionale. Le cifre sono molto ridotte rispetto ai 31,7 milioni di rifugiati censiti nel mondo dall'Acnur alla fine del 2007, la maggior parte dei quali è ospitato in Pakistan, Siria e Iran[5].

Ed è ridotta anche l'incidenza degli sbarchi sul fenomeno immigrazione in Italia. Secondo il Ministero dell'Interno, non più del 15% dei migranti oggi residenti in Italia senza permesso di soggiorno sarebbe arrivato via mare[6]. Gli altri sono overstayers, sono cioè entrati in Italia con un visto turistico che hanno poi lasciato scadere. Nel 2007, a fronte dei 20.455 sbarchi, il governo italiano ha chiesto l'ingresso di 170.000[7] lavoratori stranieri e di 80.000[8] lavoratori stagionali, ovvero oltre dieci volte il numero degli arrivi in Sicilia.

Sbarchi in Italia 2006 2005
Totale sbarchi 22.061 22.939
Sbarchi in Calabria 282 88
Sbarchi in Puglia 243 19
Sbarchi in Sardegna 91 8
Sbarchi in Sicilia 21.400 22.824

Per il contrasto dell'immigrazione africana nel Canale di Sicilia, il governo italiano ha siglato diversi accordi con la Libia. Il primo nel 2003, firmato dal governo Berlusconi, prevedeva l'invio in Libia di mezzi per il pattugliamento e fondi per la costruzione di due campi di detenzione a Kufrah e Gharyan[9]. Un secondo accordo è stato firmato il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi prevedendo l'avvio di pattugliamenti italo-libici da effettarsi in acque libiche con l'obiettivo di respingere verso i porti di partenza i migranti intercettati in mare. Contro il respingimento in Libia di potenziali rifugiati politici si è espressa anche Amnesty International[10]. La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Diversi rapporti internazionali inoltre denunciano abusi e torture commessi dalla polizia libica ai danni dei migranti nei campi di detenzione sparsi nel paese[11].

Collegamenti esterni

  • Eritrea: voices of torture, video documentario, 19 minuti, di Elsa Chyrum, per “Human Rights Concern – Eritrea”. La voce di 223 rifugiati eritrei deportati da Malta e torturati in patria
  • Destini a mare, documentario video di 26 minuti, di Franca Verda e Gaetano Agueci. I superstiti di un naufragio tornano in Puglia e ridanno un nome alle vittime. Lo stesso fa un eritreo a Gela
  • Le deportazioni da Lampedusa, documentario video di 27 minuti, della Rete antirazzista siciliana, le uniche testimonianze video delle deportazioni aeree in Libia dell’ottobre 2004
  • Hurrya, documentario video di 81 minuti, di Enrico Montalbano. La nascita dei Cpt siciliani, gli sbarchi, la storia di un naufragio, le tombe anonime e la vicenda della nave Cap Anamur
  • Malta: Safi Barracks camp, video, 8 minuti, di Sergio Serraino, 2005. Intervista ai rifugiati detenuti da due anni nell'isola: "Meglio il Darfur che vivere qui"
  • Storie della fuga,11 minuti di R. Herzog. Audio documentario. Quattro storie, di chi è costretto a fuggire. Dal Sudan, dall’Etiopia, dalla Nigeria e dal Bangladesh

Voci correlate

Note

  1. Accordi di riammissione e direttiva sui rimpatri, L'altro diritto, Università di Firenze, Fulvio Vassallo Paleologo, 2008
  2. Parlamento Europeo, Conditions des ressortissants de pays tiers retenus dans des centres
  3. Fortress Europe, Sicilia: triplicati gli arrivi nel primo semestre 2008
  4. Fortress Europe, dati Sicilia, agosto 2008
  5. UNHCR, statistics 2007
  6. I dati del Viminale, Aduc, 14/08/2006
  7. Ministero dell'Interno, Decreto flussi 2007
  8. Ministero dell'Interno, Circolare stagionali
  9. EU Technical Mission to Libya on Illegal Migration, 2004
  10. Amnesty International, Rapporto annuale 2008, La situazione dei diritti umani in Italia
  11. Human Rights Watch, Libya: Stemming the Flow