L'ospite straniero a scuola di italiano

Da wikiafrica.

Nella nostra società multiculturale sarà sempre più inevitabile imbattersi in ogni momento in un nuovo Altro che, a poco a poco, emergerà dal caos e dalla confusione della nostra contemporaneità. Secondo Ryszard Kapuscinski l'essere umano ha sempre avuto tre diverse reazioni dinanzi all'Altro: poteva scegliere la guerra, isolarsi dietro una muraglia o cominciare un dialogo. Nel corso della storia, l'uomo ha esitato tra queste tre vie e, a seconda della sua cultura e dell'epoca in cui viveva, ha scelto una delle tre.

La scelta del dialogo non è risolutiva perché porta con sé la questione sempre aperta del metodo, cioé del come fare, del come avvicinarsi all'Altro quando non si tratta di un essere ipotetico né teorico, ma di un essere in carne ed ossa che appartiene a un'altra etnia, che parla un'altra lingua, che ha una fede e un sistema di valori differenti, che ha i propri costumi e tradizioni, e la propria cultura. Una scuola di italiano per migranti, rifugiati e richiedenti asilo è uno dei contesti dove si incontra l’Altro in carne ed ossa e questo incontro rappresenta, come scrive Kapuscinski, “un’esperienza fondamentale e universale della nostra specie”. Una scuola di italiano può rappresentare un luogo e un tempo dove sperimentare una ricerca e un metodo di incontro e riconoscimento reciproco con l’altro.

I migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo, come qualsiasi persona strappata, volontariamente o meno, alla propria cultura pagano un alto prezzo e soffrono di un disagio causato dal disorientamento nostalgico, dalla perdita della casa, dalla crisi della presenza, dai traumi subiti, dal mancato riconoscimento dei propri diritti, dal faticoso e lento adattamento al nuovo contesto di vita. Nello stesso tempo l’arrivo in un paese straniero è anche denso di vitalità, di desideri, di nuove opportunità che si aprono. Una scuola di italiano deve farsi opportunità da cui ri-partire per sciogliere la contraddizione di essere entrati a far parte di un nuovo contesto ma di non farne del tutto parte.

Ogni incontro può potenzialmente aprire nuove strade, ma ciò dipende dalla permeabilità all’esperienza che ciascuno mantiene dentro di sé. Nell’incontro con l’altro non ci può essere nessuna predeterminazione perché ogni incontro è unico e diverso essendo diverse e irripetibili le persone al di là dell’etichetta. L’etichetta ci riguarda entrambi: noi e i migranti, rifugiati, richiedenti asilo e come scrive Miguel Benasayag, ha una funzione prettamente normalizzatrice in quanto l’etichetta produce l’impressione che l’essenza dell’altro sia visibile. Per cui si è convinti grazie all’etichetta di sapere tutto sull’altro, chi è, cosa desidera e come è strutturata la sua vita.

Diversamente dall’etichetta bisogna dire che ciò che caratterizza l’incontro a scuola è il reciproco non sapere dell’altro: l’altro mi è sconosciuto e mi appare diverso, ma lo stesso accade a lui. In questo senso si è reciprocamente stranieri. Allora una scuola di italiano può rappresentare una soglia di ingresso al nuovo contesto di vita dove, entrambi, il maestro e lo studente straniero, possono trovare un tempo e uno spazio di resilienza per dire in modo elementare e personale: eccoci qui, io sono... L’essere insieme prima del dover essere.

Questo è il principio di un percorso comune di conoscenza e scoperta. Il principio è la presenza, è l’incertezza, è l’incontro, è l’ascolto, è l’ospitalità, è la convivialità. Essere nel principio è lasciarsi essere in ciò che si fa, che si scopre, che si percepisce, è dove ci mettiamo e rivolgiamo nella nostra intenzione di dialogo il nostro tu, elementarmente e personalmente. Una scuola di italiano è l’invenzione di uno spazio creativo dove costruire relazioni di uguaglianza tra non uguali, liberato da rapporti di dipendenza e potere.

Levinas definisce l’incontro con l’altro un evento fondamentale e aggiunge: “dinanzi all'Altro devo mettermi su un piano di eguaglianza e mantenere un dialogo; ma ho anche il dovere di essere responsabile di lui”. L’essere responsabili di cui parla Levinas rimanda alla definizione che Emile Benveniste dà del significato originale della parola ospite nel suo Dizionario delle istituzioni indeuropee per cui l’ospite è colui che è in relazione di compenso, a cui promettere un servizio come merita. Benveniste definisce l’ospitalità come un tipo di relazione tra individui o gruppi che si lega a dei rituali che consistono nello scambio reciproco di una serie di doni e contro doni. Questo rituale di scambio di doni e contro doni non può che avvenire all’interno di un ambiente costruito sulla convivialità così come dovrebbe essere pensata una scuola di italiano con migranti, rifugiati e richiedenti asilo. A scuola lo studente straniero è l’ospite a cui promettere un servizio come merita in quanto prima di tutto è uno straniero ospite.

Una scuola di italiano si deve fare strumento conviviale per la costruzione di una società della convivenza e della convivialità. Ivan Illich definisce una società conviviale “una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento (in questo caso la scuola) per realizzare le proprie intenzioni”.