La Libia sulle rotte dei migranti

Da wikiafrica.

Dalla fine degli anni Novanta la Libia è diventato uno dei principali punti d'imbarco per l'immigrazion clandestina via mare verso l'Italia. Con la Libia l’Italia e l’Unione Europea stanno intensificando le proprie relazioni per contrastare il fenomeno, che in Italia rappresenta circa l’8% dell’immigrazione irregolare, secondo il Ministero dell’Interno. Il progetto, già annunciato nel 2006 dal Commissario europeo della giustizia, libertà e sicurezza, Franco Frattini, è quello di spostare i pattugliamenti aero-navali nelle acque libiche, sotto l’egida dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne Frontex, a partire dal 2008. In questa direzione è stato firmato un accordo di pattugliamento congiunto tra Italia e Libia lo scorso 29 dicembre 2007, che prevede l’invio di sei motovedette della Guardia di Finanza in acque libiche. L’obiettivo dichiarato è la riammissione in Libia di tutti i migranti che saranno intercettati in mare. La Libia sembra essere d’accordo. Già il 25 maggio 2007, il vice direttore esecutivo di Frontex, Gil Arias, inviò una lettera ufficiale a Rammadan Ahmed Barq, direttore del Dipartimento libico per gli affari con l’Europa, invitando la Libia a cooperare con i pattugliamenti europei. Nel Canale di Sicilia Frontex ha già operato due missioni. Nautilus I (dal cinque al 15 ottobre 2006 con la partecipazione di Italia, Malta, Francia, Grecia e Germania) e Nautilus II (dal 25 giugno 2007 al 27 luglio 2007 e di nuovo dal dieci settembre 2007 al 14 ottobre 2007, con la partecipazione di Italia, Malta, Francia, Grecia, Germania, Portogallo e Spagna). Il vice presidente della Commissione europea Franco Frattini ha garantito che i pattugliamenti congiunti riprenderanno dal 2008 in forma permanente e con la partecipazione, per l’appunto, della Libia. Intanto il bilancio di Frontex per il 2008 è stato raddoppiato a 70 milioni di euro, dai 34 del 2007. E l’Unione europea ha offerto alla Libia l’installazione di un sistema di sorveglianza elettronica lungo la sua frontiera meridionale. Le autorità libiche hanno già consegnato a Frontex, nel maggio 2007, un elenco dettagliato dei mezzi richiesti: 12 aerei da ricognizione, 14 elicotteri, 240 fuoristrada, 86 camion, 80 pick-up, 70 autobus, 28 ambulanze, 12 sistemi radar, dieci navi, 28 motovedette,100 gommoni, 400 visori notturni, 14 sistemi di scannerizzazione delle impronte digitali, e poi stazioni radio e sistemi di navigazione satellitare.

Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano attraversando il deserto del Sahara migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze riportate in questo rapporto denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs (coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto dalle forze dell’ordine libiche. Abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno deserto, come documentato da vari rapporti. La prima denuncia ufficiale sulla condizione dei migranti in Libia risale al dicembre 2004, quando viene pubblicato il rapporto della Missione tecnica in Libia dell’Unione europea. Si parla di arresti arbitrari degli stranieri, abusi, deportazioni collettive e mancato riconoscimento del diritto d’asilo. A settembre e novembre 2006, due studi indipendenti di Afvic e Human Rights Watch confermano la gravità della situazione dei migranti in Libia: retate, arresti arbitrari, torture e deportazioni di massa vanno avanti.

Per tutti gli anni Novanta il colonnello Muammar Gheddafi aveva aperto le porte della Jamahiriya prima ai cittadini del mondo arabo, poi a tutta l’Africa in nome della solidarietà africana. Nel giro di un decennio ai 5,5 milioni di libici si erano aggiunti quasi due milioni di stranieri, due terzi privi di documenti di soggiorno. Di pari passo crescevano tensioni sociali e microcriminalità. Nel settembre del 2000 a Zawiyah tre giorni di guerriglie razziste versarono il sangue di almeno 560 stranieri morti ammazzati. Il 24 settembre una cinquantina di ragazzi libici al grido “via i neri” attaccavano un accampamento di lavoratori sudanesi e chadiani, ammazzandone 50. Il giorno dopo più di mille persone davano alle fiamme il campo della comunità ghanese, alle porte della città. Dieci ghanesi morirono carbonizzati. Ma furono i nigeriani ad essere colpiti più duramente. Il sei ottobre si contavano almeno 500 vittime tra la comunità anglofona. Il tutto nell’indifferenza della polizia, la cui unica risposta fu l’avvio delle deportazioni di massa. Migliaia di persone caricate sui camion militari e abbandonate lungo 4.400 chilometri di frontiera desertica, al confine con Tunisia, Algeria, Niger, Chad, Egitto e Sudan. Almeno 14mila dal 1998 al 2003. Uomini, donne e bambini. Detenuti senza processo, pane e acqua per mesi, senza nessuna distinzione tra lavoratori e rifugiati politici.

Nel 2003 il governo Berlusconi, giocando d’anticipo sulla revoca delle sanzioni internazionali contro la Libia, sigla un accordo segreto con Qaddafi per il contrasto dell’immigrazione clandestina. Un accordo che di fatto sospende l’embargo sugli equipaggiamenti militari per la lotta all’emigrazione, all’indomani dell’impegno di Tripoli a versare rimborsi milionari per le famiglie delle 440 vittime degli attentati terroristici sui voli Pan Am 103 e Uta 722 del 1988 e 1989. Roma spedisce oltre mare 100 gommoni, sei fuoristrada, tre pullman, 40 visori notturni, 50 macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte di lana, 6.000 materassi e cuscini, 50 navigatori satellitari, 1.000 tende da campo e 500 giubbotti di salvataggio. Ma anche 1.000 sacchi per cadaveri. Coperte e materassi servono ai centri di detenzione per migranti che nascono in tutto il Paese. Secondo le testimonianze raccolte da questo rapporto ne esistono almeno 20: a Ajdabiya, Binghazi, Ghat, Gharyan, Ghudamis, aj-Jmayl, Juwazat, Khums, Kufrah, Marj, Misratah, Qatrun, Sabratah, Sabha, Sirt, Surman, Tripoli, (almeno due centri: Janzur e Fellah), Zawiyah, Zuwarah (vedi mappa).

Non sempre si tratta di vere carceri. Spesso sono vecchi magazzini adibiti alla funzione detentiva e sorvegliati dalla polizia. Le testimonianze raccolte parlano di arresti in mare, sulla rotta per la Sicilia, ma anche di retate della polizia nei campi e negli squat abitati da immigrati piuttosto che nei locali lungo la costa dove vengono nascosti dai passeurs il giorno della partenza. Le testimonianze parlano di detenzioni durate mesi e in alcuni casi anni, senza nessun processo, in condizioni di sovraffollamento, fino a 60 o 70 persone in celle di sei metri per otto con un unico bagno. Le donne sono sistematicamente vittime di violenze sessuali da parte della polizia, come documenta un capitolo del rapporto dedicato alle violenze di genere. E gli uomini sono spesso vittime di pestaggi sia al momento dell’arresto sia durante la detenzione, per i motivi più futili.

Secondo il rapporto della Missione europea in Libia (2004) tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia. Uno nel 2003, nel nord del paese. Altri due nel 2004 e 2005. L’articolo uno comma 544 della finanziaria 2005 destina 23 milioni per il 2005 e 20 milioni per il 2006 per fornire "assistenza finanziaria e tecnica in materia di flussi migratori e di asilo, nonché per proseguire gli interventi intesi a realizzare nei paesi di accertata provenienza di flussi di immigrazione clandestina apposite strutture". Soldi finiti a Sabha e Kufrah, che secondo quanto dichiarato recentemente dal sottosegretario del Ministero dell’Interno Marcella Lucidi sarebbero serviti però a costruire un centro di formazione per la polizia a Sabha e un centro sanitario a Kufrah. Una volta arrestati le opzioni per i migranti sono quattro. Chi ha soldi riesce a corrompere la polizia per uscire. E spesso è la stessa polizia che lo mette in contatto con dei passeur che possono riportarlo a Tripoli. Chi non ha soldi viene rimpatriato in aereo nel proprio Paese d’origine, oppure viene caricato su dei camion militari, stipati con 70-80 persone, e trasportato verso la frontiera meridionale: a Kufrah, a sud est, o a Qatrun, a sud ovest. Da lì poi, dopo altri mesi di detenzione, i camion carichi di migranti partono verso la frontiera, in pieno deserto. Chi non ha soldi viene abbandonato in mezzo alla sabbia, chi può pagare 100 o 200 dollari viene riportato indietro, clandestinamente, dalla stessa polizia. La quarta opzione è invece il sequestro di persona, praticato soprattutto a Kufrah. Cittadini libici locali comprano la libertà di alcuni migranti detenuti, corrompendo la polizia, e poi li tengono ostaggi nella propria casa fin tanto che non pagano un riscatto di tasca propria o tramite un Western Union inviato dai parenti all’estero.

Secondo dati ufficiali, dal 1998 al 2003 più di 14.500 persone sono state abbandonate in mezzo al deserto lungo la frontiera libica con Niger, Chad, Sudan ed Egitto. Molti deportati, una volta abbandonati nel deserto hanno perso la vita. Il Parlamento europeo, che il 14 aprile 2005 approvava una risoluzione che chiedeva all’Italia di bloccare le espulsioni collettive dei migranti in Libia, informava – citando fonti libiche - della morte di 106 migranti abbandonati dalla Libia alla sua frontiera meridionale desertica. Solo nella regione di Ghat, lungo la frontiera con l’Algeria, gli arresti nel 2006 sono stati 4.275 e nei primi cinque mesi del 2007 erano già 2.450, secondo un rapporto Frontex. Oggi però la maggior parte delle espulsioni dalla Libia si fanno via aerea e le cifre dei rimpatri sono decuplicate. 198.000 stranieri espulsi dal 2003 al 2006. I dati sono ufficiali. 53.842 espulsioni nel 2006, 47.991 nel 2005, 54.000 nel 2004 e 43.000 nel 2003. E gli ultimi dati citati in un rapporto di Frontex alla Commissione europea, parlano di 60.000 migranti detenuti in Libia nel maggio 2007.

Dal 2003 molte deportazioni avvengono in aereo, anche su voli cargo. Nel 2005 la Libia ha speso 2.935.000 dollari per i rimpatri. Al momento non sappiamo se l’Italia abbia partecipato a questa spesa e in che misura. Di certo il governo italiano ha pagato, dal 16 agosto 2003 al dicembre 2004, 47 voli della Air Libya Tibesti e della Buraq Air che hanno rimpatriato 5.524 migranti rispediti per quattro quinti in Egitto, Ghana e Nigeria, e per il resto in Mali, Pakistan, Niger, Bangladesh e Siria. Ma anche 55 in Sudan e 109 in Eritrea, ovvero 164 potenziali rifugiati politici deportati in paesi in guerra contro ogni convenzione internazionale sul diritto d’asilo e sotto il silenzio assenso dell’Acnur. I 109 eritrei vennero rimpatriati il 21 luglio del 2004 su un volo Air Libia Tibesti e sarebbero ancora detenuti in Eritrea. Un altro volo, partito poche settimane dopo, il 27 agosto 2004, venne invece dirottato in Sudan di 75 passeggeri eritrei, tra cui sei bambini. Sessanta di loro vennero poi riconosciuti rifugiati politici dall’Acnur nella capitale sudanese Khartoum.

Dal febbraio 2007 la Libia ha instaurato un regime di visti d’ingresso (fanno eccezione Egitto e Tunisia) e istituito presso il ministero degli Interni la “Agenzia per la sicurezza dei confini”, la “Guardia costiera” - dotata però di soli 12 gommoni e 12 motovedette per 2.000 km di costa - e il “Dipartimento contro l’immigrazione illegale”. Nel 2006 sono stati arrestati 357 passeurs, dei quali 284 libici. Secondo il rapporto della seconda missione tecnica in Libia dell"Ue, condotta da Frontex tra il 28 maggio e il cinque giugno 2007, nel 2006 le autorità libiche hanno sequestrato 51 auto, 17 barche e 36 telefoni satellitari. E nello stesso periodo sono stati anche recuperati 360 cadaveri di migranti. Il documento non specifica se morti in mare o nel deserto. Non è l’unico dettaglio taciuto dall’agenzia. Frontex infatti non dice niente sulle modalità degli arresti, sulla loro convalida, sulla durata della detenzione, sulla nazionalità dei rimpatriati e sulle condizioni delle carceri. A febbraio 2007 la Libia ha dato un ultimatum agli harragas: lasciare il Paese entro un mese. Per atterrare a Tripoli dal primo marzo serve un visto di ingresso anche per tutti i cittadini dei paesi arabi e africani. E il 2007 si annuncia per la Libia l’anno della caccia all’uomo. Dal primo gennaio al 17 febbraio 3.747 stranieri sono stati arrestati e da settembre 2006 a febbraio le deportazioni sono state addirittura 8.336. E 2.137 migranti irregolari sono stati arrestati nel mese di maggio 2007, e altri 1.500 a giugno. E a maggio 2007, secondo il rapporto Frontex i migranti detenuti in Libia erano almeno 60.000.