Presenza

Da wikiafrica.

L’antropologo Ernesto De Martino definisce la presenza come: "la capacità di riunire volta in volta nell’attualità della coscienza tutte le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica, inserendosi attivamente in essa mediante l’iniziativa personale e andando oltre di essa mediante l’azione."

Il campanile

Ne La fine del mondo De Martino racconta di una volta in Calabria in cui cercando in auto una strada insieme ai suoi collaboratori, incontrarono un anziano pastore e lo fecero salire in macchina perché indicasse loro la direzione giusta da prendere, promettendogli poi di riportarlo al posto di partenza. L’uomo salì in auto pieno di diffidenza, che si trasformò via via in una vera e propria angoscia, dal momento in cui dalla visuale del finestrino sparì dalla vista il campanile di Marcellinara, il suo paese. Il campanile rappresentava per l’uomo il punto di riferimento del suo circoscritto spazio domestico, senza il quale egli si sentiva realmente spaesato. Quando lo riportarono indietro in fretta l’uomo stava penosamente sporto fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte per veder riapparire il campanile, quando lo vide finalmente il suo viso si riappacificò.

In un altro esempio, per esprimere il medesimo concetto, De Martino racconta di una tribù di cacciatori e raccoglitori australiani, nomadi da sempre e per sopravvivenza, che però avevano l’usanza di piantare un palo sacro al centro del loro accampamento, intorno al quale celebravano un rito ogni volta che “approdavano” in un luogo nuovo. Il giorno che il palo si spezzò, i membri della tribù si lasciarono morire, sopraffatti dall’angoscia.

Crisi della presenza

Il concetto di spaesamento, come una condizione molto “rischiosa” in cui gli individui temono di perdere i propri riferimenti domestici, che in qualche modo fungono da “indici di senso”, viene meglio chiarito da De Martino nella sua idea di presenza. La crisi della presenza caratterizza allora quelle condizioni diverse nelle quali l’individuo al cospetto di particolari eventi o situazioni (malattia, morte, conflitti morali, migrazione) sperimenta un’incertezza, una crisi radicale del suo essere storico (della “possibilità di esserci in una storia umana”, scrive De Martino) in quel dato momento scoprendosi incapace di agire e determinare la propria azione.

Crisi della presenza e migrazione

Secondo la "teoria della doppia presenza" dell'emigrato-immigrato, elaborata da Abdelamelek Sayad, questa figura è “né totalmente presente là dove è presente, né totalmente assente là dove è assente”, ossia è divisa tra terra d’origine e terra d’arrivo, che teoricamente offre possibilità di riscatto e di emancipazione ma che in realtà spesso rinnova condizioni di emarginazione e di rifiuto e manca di autentiche possibilità di scambio affettivo. Come mostrato da Sayad il migrante vive una condizione di doppia coscienza ed è percepito spesso in modo sospetto tanto dalle società da cui proviene quanto da quelle nelle quali cerca di realizzare un’esistenza migliore.

Voci correlate

Bibliografia

  • De Martino E., La fine del mondo. Einaudi, Torino 2002
  • La Cecla F., Perdersi. L’uomo senza ambiente. Laterza, Bari 2000