Temi della letteratura migrante in lingua italiana

Da wikiafrica.

Il viaggio

In moltissimi testi (romanzi, racconti, poesie) della migrazione il tema principale è il viaggio. Si lascia il paese di origine per approdare in Occidente. O si lascia l’Occidente per ritornare al paese di origine. Il viaggio, ma soprattutto la sospensione tra un viaggio è l’altro diventano l’argomento del testo. Ogni viaggio e soprattutto la motivazione di questo viaggio diventano oggetto letterario. Naturalmente molti testi si sono dedicati alla partenza. In un certo senso partire è anche iniziare un processo di trasformazione che cambierà il soggetto e le sue dinamiche interne. La partenza è l’inizio dell’avventura migratoria, quella che è il punto di svolta nella vita del personaggio o dei personaggi che la compiono. Nei testi migranti, come del resto anche nella realtà, si parte per i motivi più disparato. Il soggetto è spinto dalla famiglia, dal bisogno, ma anche spesso per il gusto dell’avventura. A volte apparre come un destino ineluttabile, una forza che ti espelle a forza dalla culla. Questo è molto chiaro nel Pantanella di Mohsen Melliti quando dice: “Se uno non lavora, non studia, non si sposa, non fa niente, come vuoi che rimanga e non parta?”. Però qualsiviogklia sia il motivo della partenza, rimane in tutti i testi migranti una sorta di gusto per l’ignoto. L’Occidente affascina spesso non perché si conosce, ma solo perché è diverso e perché sulla carta sembra offrire più possibilità. Questo sentimento dell’avventura è sempre stata una costante della letteratura della migrazione, fin dai suoi esordi. Oggi ci sono in Algeria gli harraga, ragazzi giovani che chiamano loro stessi “quelli che bruciano”, harraga appunto. Si bruciano le strade, le tappe e soprattutto i documenti. Il fenomeno degli harraga è di fine 2007, ma la letteratura della migrazione aveva già registrato nel 1990 un trend di questo tipo. Basti pensarwe ad un romanzo come Immigrato di Salah Methnani, un viaggio in Italia di un giovane marocchino desideroso di conoscere e di bere la vita a grandi sorsate. Insieme alla partenza un momento molto descritto dagli scrittori è stato il ritorno. Si deve ritornare da vincitori, anche se non lo si è completamente. Ci si fotografa davanti alle mercedes parcheggiate e si fa credere a casa che quella mercedes è loro, si nasconde la fatica dell’immigrazione, le umiliazioni, il razzismo subito. Si deve tornare da vincitori, spesso si ritorna da estranei. Un testo significativo in questo senso è Neyla di Kossi Komla-Ebri Un tema legato al viaggio è naturalmente la delusione che crea l’impatto con l’Occidente. Infatti quello che si conosce dell’Occidente era frutto di leggende metropolitane, racconti falsati, sogni, illusioni. L’Occidente visto come luogo delle possibilità. Una massa indistinta che farà loro ricchi. Naturalmente le informazioni reali sono in possesso dei soggetti che si mettono in viaggio. Molti sono consapevoli che il viaggio sarà duro e l’arrivo di più. Ma tutti al momento della partenza si sentono forti abbastanza da non soccombere. Spesso però (e questo è soprattutto dei primi testi della migrazione) si soccombe perché la realtà all’arrivo è spesso una delusione. Questo è molto chiaro nelle parole di Shirin Ramzanali Fazel quando dice che lei “aveva vissuto nell’ombra dell’Italia da anni […] ora si trattava di verificare se quello che avevo immaginato corrispondeva alla realtà”. Shirin Ramzanali Fazel somala pakistana era vissuta in un clima impregnato d’Italia, la Somalia era una ex colonia italiana. Shirin (ma come altri scrittori in altre circostanze simili) ha un’idea dell’Italia, bella e glamour, Idea che sarà smontata pezzo per pezzo dal suo arrivo a Novara. È in Italia che la scrittrice sentirà per la prima volta il colore della sua pelle e lo stigma sociale del razzismo di provincia. Infatti quello che si nota nei testi della migrazioni, soprattutto i primi, è la diversificazione del territorio. Nella mente dei personaggi l’Occidente è un blocco unico, poi mano a mano emergono le differenze. Prima viene ilm paese, la grande cittò e infine la realtà di provincia. Si assiste ad una frammentazione di luoghi e anche di sogni. L’illusione dell’Occidente è per tutti di breve durata, il disinganno (leggi poco funzionali, lavoro inumano, razzismo) è quasi subito evidente. E tale disinganno diventa materia letteraria.

l'impatto

Lo scrittore Radi H., marocchino che scriveva in Italiano, scriveva: c’è una cosa che abbiamo in comune io e Dio: siamo maledettamente invisibili. Questo verso di Rady ricorda non a caso L’incipit de l’uomo invisibile di Ralph Ellison: Io sono un uomo invisibile […] sono invisibile perché la gente rifiuta di vedermi. Ed è quello che succede di fatto ai migranti di ieri e di oggi in Italia. Si vive, si mangia, si ama, si sogna in completa clandestinità. Chiaramente questa non è la condizione esistenziale di tutti, ma è una condizione che è stata di molti, per un determinato periodo, in un determinato spazio o anche solo per la parentesi di un momento. L’invisibilità quindi, legata a doppio nodo al confronto con la cultura “ospite”. Molti testi della migrazione italiana si sono occupati attivamente di questo continuo specchiarsi e scontrarsi con la cultura italiana. Sono tante gli equivoci culturali. Si va dal constatare la differenza di usi e costumi, ma anche una scala valoriale diversa. L’Occidente individualista mal si confronta con il senso di ospitalità che hanno alcuni migranti. Ma anche il tempo è vissuto diversamente. In molti testi viene sottolineato il vivere dio fretta degli italiani, si corre senza sapere perché. Basti ricordare a tal proposito Salah Methnani nel suo romanzo Immigrato quando dice (descrive la frenesia del periodo natalizio): Tutto un lussureggiare di vetrine e di tappeti rossi, poi niente” e aggiunge “e come se a Milano la gente avesse fretta di consumare il rito dei regali e degli auguri. Immagino una grande scritta, uno slogan che galleggia nel cielo: Sbrigatevi. Molto spazio nei testi è dato al cibo. Infatti mangiare diventa spesso un termometro della saudade, ossia della nostalgia, che colpisce i protagonisti. Mangiare un sanbusi, un panino con la arrisa, un felafel diventano modi per rimettersi in contatto con una parte di se che si riteneva perduta per sempre. Ma come succede al protagonista di Scontro di Civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, mangiare il cibo di un tempo può diventare sinonimo di paura, di ricordare qualcosa che si è troppo amato e che ormai non si può più avere. Per esempio Amedeo di Scontro di civiltà sa che mangiare da soli durante il pasto del ramadan non è la stessa cosa della divisione conviviale che c’era in Algeria. Quindi il protagonista cerca di ricrearsi un nuovo se mangiando pizza e bevendo cappuccini a volontà. Lo fa sentire meglio. Il cibo a volte viene ingurgitato senza senso. Non per piacere, ma per placare il dolore. Nei testi della migrazione il cibo diventa una cartina di tornasole della condizione psichica del migrante

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Identità

Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro, come quelli che ossessionano Edgar Allan Poe; e non sono neppure uno di quegli ectoplasmi dei film di Hollywood. Sono un uomo che ha consistenza, di carne ed ossa, fibre e umori, e si può persino dire che posseggono un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente rifiuta di vedermi:capito? Come le teste prive di corpo che si vedono talvolta nei baracconi da fiera, io mi trovo come circondato da specchi deformanti di durissimo vetro. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quello che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia. Ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me. Né d’altra parte questa invisibilità si può attribuire a una particolare biochimica della mia epidermide. L’invisibilità di cui parlo si verifica per la speciale disposizione degli occhi di colori con cui vengo a contatto. Dipende dalla struttura dei loro occhi interni, quelli cioè coi quali, attraverso gli occhi corporei, guar5dano la realtà .

Ellison nel suo romanzo vede l’identità nera non solo come l’identità di una vittima, non vuole essere compianto, bensì conosciuto. Su questo conosciuto potrebbero essere versati litri di inchiostro, per brevità necessaria si può solo affermare che il suo essere conosciuto permette alla società di conoscersi. Ellison sa che quando parla di nero, parla di oppresso, di subalterno. Questo soggetto conoscendosi, inizia una via verso la sua liberazione. La sua non conoscenza, la sua invisibilità a se stesso, porta in un certo senso anche la società, lo stesso sistema di potere che lo opprime a celarsi a se stesso, perché se l’oppresso è invisibile, lui il potere non lo conoscerà mai. Si creano una serie di rapporti falsati. Non è una mera ribellione quella che spinge Ellison a farsi sé, ma una voglia di libertà. C’è la necessità in Ellison di tagliare il cordone ombelicale che lo lega psicologicamente al sistema, infatti lui dirà significativamente che “Quando saprò chi sono, sarò libero” . Questo discorso fatto per Ellison, può essere applicato a tutti gli oppressi, quindi anche ai migranti che scrivono in italiano. Si scrive per tagliare il cordone da una madre che non lascia liberi, si scrive per definire il proprio essere, per tenersi in vita. I primi scritti della migrazione sono infatti diari, resoconti, per tenere in testa i frammenti di una storia in divenire che tende a sgretolarsi, a farsi oblio. Sono in tanti a sottolineare la necessità di tenere insieme i fili della memoria, di dare un senso al proprio io disgregato. Un esempio concreto può essere il testo di Shirin Ramzanali .Fazel Lontano da Mogadiscio. L’autrice parla dei suoi ricordi, della sua città distrutta, della guerra civile e dei suoi vari sè. La parola le da consistenza. Non è un caso quindi che il titolo provvisorio del testo fosse Lasciatemi gridare. Si racconta non solo per gli altri, ma per gridare la propria presenza, la carne, .le ossa, il pancreas, il duodeno. C’è voglia in questi autori di sottolineare la loro fisicità in un luogo in cui non si dà loro l’occasione di presentarsi, farsi vedere. Allora si grida, lo si fa con la ribellione, con la marginalità, ma anche con la scrittura. Qui la forma scritta diventa forma di protezione, di cura. Questo lo sottolinea anche Maurizio Janelli, il co-autore, di Princesa nelle sue note di contesto. Jannelli spiega come in carcere, luogo di marginalità per eccellenza, la scrittura diventava necessaria. Si viveva tutti al limite “dell’irreparabile”. La scrittura che esplode in Fernanda è scrittura che esplode anche in Janelli. C’è un inseguimento di toni, lingue, dialetti. Ci sono il sardo, il portoghese, l’italiano. Ci sono gli spazi. Il carcere, l’evasione attraverso la fantasia, il sesso, la paura, il soffocamento, la paura, il freddo, la strada, l’adescamento, i viaggi, le sensazioni, le emozioni, i clienti, i secondini, le esperienze, le Br, l’amore, il fraintendimento, la bocca, il seno, la trasformazione, la rottura, la morte, la rinascita. Per questo Princesa è nata, per ibridazione e per negare quella invisibilità in cui la società italiana (più in generale il sistema) la condanna. Quando Ralph Ellison dice sono un uomo invisibile, in realtà non lo è già più. Perché la sua scrittura, l’enunciazione di questa tragedia è stata superata da un atto culturale, da un estremo atto di volontà . (da continuare)

Corpo, sesso, amore

Ritorni

In questa fase gli scrittori migranti riprendono i vecchi temi per stravolgerli e per poter moltiplicare i punti di vista. Se nei primi testi di Pap Khouma, Fernanda Princesa, Salah Methnani, Shirin Ramzanali Fazel erano legati al tema del viaggio, della nostalgia, della distruzione del Mito occidentale. In questa seconda fase, dove gli scrittori scoprono l’ironia e l’autonomia letteraria (non avendo più il co-autore), i temi sono legati alla stabilità, alla vita quotidiana e in molti si affaccia il tema del ritorno al paese natale. Se prima eravamo legati alle partenze, al peregrinare nelle varie città italiane, alle disillusioni che l’incontro con gli autoctoni genera, ai sogni infranti, ora molti scrittori costruiscono personaggi che ritornano sui loro passi, sulle orme di un tempo. In questo senso si può fare un parallelo con la letteratura dell’emigrazione italiana. Se il De Amicis di Sull’oceano o degli Appenini alle Ande (nel Libro Cuore) ha tentato di dare una rappresentazione del dolore di quanti si mettono in partenza in cerca di fortuna, già un John Fante questo non lo fa più; come tanti altri è più interessato alle caratteristiche che prende la famiglia italo-americana nel suo stabilizzarsi in terra d’America. Fante coglie la comicità e se si vuole l’assurdità di certe posizioni, nonché stigmatizza dei comportamenti che a volte trascendono l’ambito etnico per diventare qualcosa di universale. Un romanzo interessante da questo punto di vista è Neyla di Kossi Komla-Ebri. Dopo aver lavorato sui comportamenti e sugli imbarazzismi, Kossi si cimenta con il romanzo di lungo respiro. Lo scrittore originario del Togo crea una storia dove l’identità del protagonista balla sull’architettura del suo sé in trasformazione. Il migrante torna alla sua terra, ma non è più quello di un tempo. Ha una doppia lingua ormai, un doppio sguardo, un doppio modo di amare. Neyla è una storia d’amore, ma anche la storia di un uomo che deve incontrare il se stesso della sua infanzia. Con Neyla, il più lombardo degli scrittori migranti, ci porta in un viaggio dove i ritorni devono fare i conti con l’assimilazione, le identità culturali, la molteplicità. E lo fa abbandonando gli archetipi letterari dell’immigrazione, non c’è in questo romanzo un nostalgico autobiografismo, ma c’è invece uno spazio aperto all’immaginazione e alla creatività. Neyla rispetto ad altri testi è più romanzo, più fiction, più fantasia. Nonostante ciò rimane quella funzione pedagogica di lotta aperta contro gli stereotipi. Neyla come del resto il racconto dei polpastrelli alla questura di Christiana de Caldas Brito, sono uno specchio della società italiana e della evoluzione/involuzione quotidiana. Massimiliano Fiorucci in tal senso sottolineava che uno degli aspetti più originali della letteratura della migrazione era dare luce a contesti di marginalità:

In effetti da tale punto di vista essa ha una funzione di uno specchio la lettura di testi del genere ci fa capire meglio chi siamo e cos’è la nostra società, ci costringe ad una riflessione sull’identità italiana, su come si rappresenta e su come si rapporta con l’altro. Questa letteratura testimonia anche la durezza della realtà migratoria, ci fa meglio comprendere quell’affermazione di J.P.Sartre che, con riferimento alla situazione dei nordafricani in Francia, ha definito l’immigrazione come “schiavitù dell’epoca moderna”. Questi scrittori ci fanno gettare uno sguardo su tutti quell’ambito di marginalità che non conosciamo o che conosciamo poco. Sono dei problemi che non riguardano solamente gli extracomunitari, ma che inducono ad una riflessione anche sul nostro stato sociale. Nelle città italiane esistono ambiti degradati, abbandonati, stigmatizzati e nascosti in cui le interazioni tra italiani e stranieri sono molto più forti e all’ordine del giorno. Si tratta però di relazioni difficili e la frequenza con cui torna il tema del razzismo ne è una prova .

Marginalità certo, ma anche quotidianità intrecciata come ci ha mostrato Neyla. Quando il protagonista di Kossi spiega il suo Occidente quasi non è creduto:

Mi sento grottesco e strano nel raccontare di quelli che, finite le ferie a casa, se ne tornano ai semafori, al lungomare, alle piazze, alle loro macchine scassate e ai vagoni ferroviari adibiti a dormitorio. A che pro ammonirli dei tormenti con la polizia, la questura, dei permessi di soggiorno, della trappola della droga, della prostituzione? L’attrazione dell’Europa è così “fatale”, così forte come forte è la convinzione che se tanti che l’hanno fatta, possono farcela anche loro. L’attrazione per i “paesi dei bianchi” è tanto più rinforzata dalla vista di quei turisti, che arrivano e girano con telecamere, registratori e macchine fotografiche appese al corpo come addobbi all’albero di Natale. Turisti che spendono per statue di legno l’equivalente di due mesi di stipendio di un già fortunato funzionario locale. Finte statue sotterrate per invecchiare da farle sembrare antiche. Allora non sapevo che per molti europei le ferie erano il risparmio di un anno di duro lavoro […] L’attrazione per l’Europa è così “mortale” per l’Africa che la dissangua togliendole le forze vive e i cervelli del continente, perché partono quelli più intraprendenti… .

Tra cui lo stesso protagonista che proprio all’inizio del romanzo dice:

Era estate e io partivo dall’Europa per le vacanze. Erano cinque anni che non tornavo più a casa e, come tutte le volte, mi chiedevo come avrei fatto a riadattarmi .

Passing

Memoria

Cibo

Saudade/Nostalgia

Rapporto con il paese ospite

Rapporto con il paese di origine

La questione della seconda generazione

La questione della lingua

Uso dell'ironia